L’11 gennaio 1996 non è soltanto una data da ricordare, è una ferita che continua a sanguinare nella coscienza collettiva di questo Paese, perché in quel giorno la mafia decise consapevolmente di oltrepassare ogni limite umano, morale e persino simbolico, uccidendo il piccolo Giuseppe Di Matteo, un bambino innocente, colpevole solo di essere figlio di un uomo che aveva scelto di parlare, di spezzare il silenzio omertoso che per decenni aveva protetto i boss e i loro affari.
Con quel delitto la mafia non si limitò a vendicarsi, ma lanciò un messaggio freddo e calcolato: nulla è sacro, tutto è sacrificabile, persino un bambino, se questo serve a difendere il potere e il denaro.
Da quel momento è diventato impossibile continuare a raccontare la mafia come un’organizzazione regolata da codici d’onore, da presunte regole non scritte che avrebbero dovuto separare i “veri uomini” dagli assassini senza scrupoli, perché chi rapisce, tortura e poi uccide un bambino dopo 779 giorni di prigionia dimostra che l’unica legge rimasta è quella del profitto e del controllo, una legge che non conosce pietà né limiti.
La mafia guarda i soldi, solo i soldi, e tutto il resto è merce di scambio: la vita umana vale meno di un appalto, meno di un traffico, meno di un affare da chiudere in fretta per non perdere potere, e in questo sguardo cinico e predatorio non c’è spazio per l’onore, parola ormai svuotata di significato e ridotta a maschera retorica utile solo a reclutare, a intimidire, a costruire una narrazione falsa di sé.
Uccidendo Giuseppe Di Matteo, la mafia ha dimostrato di essere un’organizzazione che non difende alcuna tradizione, alcuna identità, alcun codice etico, ma solo un sistema economico criminale che divora tutto ciò che incontra, che usa la violenza come strumento di gestione e il terrore come linguaggio quotidiano.
Non c’è onore nel ricatto, non c’è onore nel colpire i più deboli, non c’è onore nel trasformare un bambino in un ostaggio per piegare un uomo e, attraverso di lui, lo Stato intero.
C’è solo la logica del capitale criminale, una logica che misura il mondo in termini di guadagno e perdita, che calcola i costi umani come variabili trascurabili e che considera la paura una risorsa da investire.
Quel delitto segna uno spartiacque definitivo: da allora nessuno può più permettersi ambiguità, nessuno può rifugiarsi nella favola di una mafia “diversa”, di una criminalità che avrebbe avuto dei limiti, perché chi ha sciolto un bambino nell’acido ha dichiarato guerra a ogni principio di umanità e ha rivelato la propria vera natura, quella di un potere che si regge sul denaro e sulla morte, su affari e sangue, su un’avidità senza volto che non conosce passato né futuro, ma solo un presente fatto di dominio.
Ricordare Giuseppe Di Matteo significa allora ricordare che la mafia non è folklore, non è un codice arcaico, non è una distorsione romantica della realtà, ma un sistema spietato che ha scelto consapevolmente di rinnegare qualsiasi parvenza di regola pur di continuare a fare soldi, e che proprio per questo va combattuto senza compromessi, senza nostalgie e senza alibi, perché dove muore un bambino per difendere un affare, lì non c’è più onore da violare, ma solo un crimine assoluto da denunciare e da sradicare.
