Alle 4 del mattino del 5 gennaio 2026, una chiesa nel distretto di Raiwind, in Punjab, è stata attaccata. Qualcuno è entrato nel luogo di preghiera con l’intenzione di distruggere.
Finestre rotte, il tavolo della Comunione buttato a terra, le Bibbie strappate, i libri di preghiera rovinati, gli strumenti della chiesa danneggiati. Dentro quella chiesa non c’è confusione: c’è odio. Odio verso i cristiani, verso la loro fede, verso ciò che rappresentano.
La polizia è intervenuta e una persona è stata arrestata. Le indagini continuano. Ma un arresto non cancella quello che è successo, né restituisce la pace a chi ora ha paura di rientrare in chiesa.
Non ci sono stati morti, ed è questo che molti diranno per minimizzare. Ma chi vive lì sa bene cosa significa: oggi Bibbie strappate, domani persone colpite. È così che funziona l’odio, cresce nel silenzio.
Domani quella chiesa verrà ripulita in fretta, come sempre. Le sedie rimesse a posto, i vetri sistemati alla meglio. E i cristiani torneranno a pregare con il nodo alla gola, chiedendosi se la prossima volta toccherà a loro.
Questa non è un’eccezione. È la normalità per tanti cristiani in Pakistan: vivere sapendo che la propria fede può costare cara. E mentre il mondo discute di diritti, c’è chi deve lottare solo per entrare in chiesa, partecipare alla Messa, ricevere l’Eucaristia senza essere odiato.
Parlarne dà fastidio, lo so. Ma il silenzio è ancora peggio. Perché quando nessuno racconta queste storie, chi odia si sente libero di continuare.
Ricordiamoci di loro. Non per un giorno, non per una notizia. Perché mentre noi scorriamo queste righe, qualcun altro sta imparando a vivere la fede nella paura.
Zarish Imelda Neno
