Il 18 dicembre 2007 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la moratoria universale della pena di morte con 104 voti favorevoli, 54 contrari e 29 astensioni, segnando una tappa simbolicamente decisiva nel lungo e controverso cammino dell’umanità verso l’abolizione della pena capitale, una pratica antica quanto gli Stati stessi e tuttavia sempre più percepita, nel XXI secolo, come incompatibile con una concezione moderna dei diritti umani e della dignità della persona.
Quella risoluzione non aboliva la pena di morte, né poteva farlo, poiché le Nazioni Unite non dispongono di un potere coercitivo diretto sugli ordinamenti penali degli Stati sovrani, ma invitava esplicitamente tutti i Paesi che ancora la applicavano a sospenderne l’uso in vista di una futura e definitiva eliminazione, riaffermando il principio secondo cui il diritto alla vita è il fondamento di ogni altro diritto.
Le conseguenze di quel voto furono soprattutto politiche e culturali: da un lato rafforzò la posizione degli Stati abolizionisti, offrendo loro un argomento autorevole per esercitare pressione diplomatica e morale sui Paesi retentori; dall’altro consolidò una tendenza già in atto, poiché negli anni successivi numerosi Stati hanno abolito la pena capitale per legge o ne hanno cessato l’applicazione di fatto, rendendo oggi la maggioranza dei Paesi del mondo formalmente o sostanzialmente abolizionisti.
Tuttavia, a distanza di anni, la pena di morte non è scomparsa: continua a essere prevista e applicata in Stati come la Cina, l’Iran, l’Arabia Saudita, l’Egitto, il Pakistan, il Vietnam, la Corea del Nord e in alcuni Paesi africani e asiatici, mentre negli Stati Uniti d’America essa è mantenuta in diversi Stati federati, sebbene con un’applicazione molto ridotta rispetto al passato e con un crescente numero di moratorie interne.
Le ragioni di chi sostiene la pena di morte sono molteplici e affondano in concezioni diverse della giustizia e dell’ordine sociale: per i fautori, essa rappresenta la massima risposta dello Stato ai crimini più efferati, un atto di giustizia retributiva che ristabilisce un equilibrio morale violato, offrendo alle vittime e ai loro familiari un senso di chiusura e di riconoscimento del male subito; altri la considerano uno strumento di deterrenza, sostenendo che la minaccia della morte scoraggi reati gravissimi come l’omicidio, il terrorismo o il tradimento dello Stato; in alcuni contesti culturali e religiosi, inoltre, la pena capitale è vista come legittimata dalla tradizione o da un’interpretazione rigorosa della legge, e come elemento necessario per preservare la coesione sociale e l’autorità dello Stato.
Di contro, chi si oppone alla pena di morte richiama innanzitutto l’inviolabilità della vita umana, sostenendo che nessuno Stato, nemmeno in nome della giustizia, può arrogarsi il diritto di togliere la vita a un individuo senza negare i principi stessi su cui si fonda il diritto; viene poi sottolineato il rischio irreversibile dell’errore giudiziario, poiché una condanna a morte eseguita non può essere riparata qualora emergano nuove prove di innocenza; molti studi mettono inoltre in dubbio l’effettivo valore deterrente della pena capitale, mostrando come i tassi di criminalità non siano più bassi nei Paesi o negli Stati che la applicano; vi è infine una critica etica e civile più ampia, secondo cui la pena di morte alimenta una cultura della violenza istituzionalizzata, anziché promuovere una giustizia orientata al recupero, alla responsabilità e alla tutela della società nel lungo periodo.
La moratoria del 2007, in questo quadro, non ha risolto il conflitto tra queste visioni opposte, ma ha avuto il merito di spostare il baricentro del dibattito internazionale, rendendo sempre più evidente che la pena di morte non è una necessità inevitabile, bensì una scelta politica e morale, e che il progresso di una civiltà si misura anche dalla sua capacità di rinunciare alla vendetta legale in favore di una giustizia più umana, pur senza negare la gravità dei crimini e il diritto delle vittime alla verità e alla tutela.
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