Il 17 dicembre 1973 rimane una data simbolica e controversa nella storia della psichiatria contemporanea, perché rappresentò il punto di arrivo di un processo profondamente condizionato dal clima politico e culturale dell’epoca, nel quale la riflessione clinica e il dibattito metodologico vennero progressivamente subordinati alla pressione esterna di gruppi organizzati e di lobby militanti, capaci di esercitare un’influenza diretta sulle dinamiche interne dell’American Psychiatric Association.
E’ ormai documentato come, negli anni immediatamente precedenti, i congressi dell’APA fossero teatro di contestazioni, interruzioni forzate delle relazioni, occupazioni simboliche delle sale e campagne di delegittimazione personale contro gli psichiatri che sostenevano una lettura critica dell’omosessualità come condizione problematica dal punto di vista psicodinamico, fino a creare un clima in cui il dissenso non veniva più affrontato sul piano argomentativo ma neutralizzato attraverso la stigmatizzazione morale e professionale.
La decisione del 1973 di togliere l’omosessualità dalla sua lista di malattie mentali, formalmente ratificata mediante una votazione, non fu il risultato di una scoperta sperimentale in grado di confutare in modo definitivo le precedenti classificazioni diagnostiche, bensì l’espressione di un mutamento di paradigma imposto dall’esterno, in cui la nozione stessa di malattia mentale venne ridefinita secondo criteri di accettabilità sociale più che di sofferenza psichica oggettivamente osservabile.
Da quel momento, ogni approccio terapeutico rivolto a persone che vivevano il proprio orientamento come fonte di disagio e che chiedevano liberamente un aiuto per comprenderne le origini e le dinamiche interiori venne progressivamente marginalizzato, fino a essere presentato come intrinsecamente abusivo, in un rovesciamento concettuale che trasformò l’atto clinico in sospetto ideologico.
La rimozione dell’omosessualità dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) inaugurò così una stagione in cui la psichiatria iniziò a recepire come assiomi intoccabili le rivendicazioni identitarie emergenti, rinunciando in parte alla propria vocazione critica e autocorrettiva, e stabilendo un precedente destinato a pesare negli anni successivi.
Se una categoria diagnostica può essere abolita per voto e sotto pressione politica, allora l’intero impianto nosografico rischia di diventare fluido, vulnerabile e dipendente dai rapporti di forza culturali.
Ricordare oggi quella data non significa ignorare la dignità delle persone né negare la complessità dell’esperienza umana, ma interrogarsi seriamente su come e perché una disciplina che si fonda sull’osservazione, sul confronto e sulla libertà della ricerca abbia accettato di sacrificare il pluralismo scientifico sull’altare del consenso, lasciando come eredità una frattura ancora aperta tra ciò che può essere indagato clinicamente e ciò che, per decreto culturale, non può più nemmeno essere discusso.
I.A.

Questi malesseri o trasformazioni antropologiche o psichiche o biologiche… non avvengono quasi mai per motivi scientifici o sanitari o quant altro ma il più delle volte partono da uno studio a tavolino di un gruppetto di manipolatori che decidono quale dovrà essere il destino dell uomo: mantenere o perdere la propria identità e coscienza di sé per identificare il più possibile l uomo con l animale .
In pratica il vero e unico scopo di questa gente che adora satana, è proprio quello di arrivare a togliere l anima che ci configura a Dio, proprio x eliminare questo rapporto meraviglioso di figliolanza e paternità divina che da fastidio al diavolo per conformarlo a una bestia facilmente manipolabile verso l inferno.
Questo è lo scopo primario e definitivo di tutte le aberrazioni diaboliche che vediamo