Il 15 settembre 2008 segna una data che non è soltanto economica, ma simbolica: il fallimento della Lehman Brothers non fu la semplice bancarotta di una banca d’investimento, ma il crollo clamoroso di un’intera visione del mondo, quella del globalismo finanziario e del multiculturalismo che ne era l’inevitabile corollario sociale e culturale.
Per anni ci era stato detto che la deregulation, il libero mercato assoluto, la circolazione incontrollata di capitali e persone avrebbero portato pace, prosperità e fratellanza universale; ci avevano illuso che il “villaggio globale” fosse la nuova terra promessa dell’umanità, dove le differenze sarebbero state celebrate e dissolte allo stesso tempo, e che l’identità, la nazione, la religione e persino la famiglia non avessero più diritto di cittadinanza.
In realtà, quella mattina di settembre si rivelò l’inganno: dietro le vetrate scintillanti di Wall Street non c’era il paradiso della modernità, ma un sistema fragile, corrotto, fondato sull’avidità e sull’illusione del denaro creato dal nulla, un castello di carte che bastava un soffio per abbattere.
La crisi economica mondiale che ne seguì travolse milioni di persone, ridusse intere famiglie sul lastrico, spinse molti alla disperazione e tolse il velo a una verità che i cattolici di destra non hanno mai dimenticato: l’uomo non può fondare la propria civiltà sull’idolatria del denaro e sul culto del profitto, ma solo su Dio, sulla legge naturale e sul rispetto dei limiti che Egli ha posto alla natura e alla società.
Il multiculturalismo, figlio ideologico dello stesso progetto globalista, si rivelò anch’esso per quello che è: un’arma di disgregazione, un modo per rendere i popoli amorfi e senza radici, mescolati in una massa indistinta di consumatori facilmente manipolabili; invece della tanto proclamata “convivenza armoniosa”, abbiamo assistito a tensioni, conflitti, ghettizzazioni e alla dissoluzione delle culture autentiche, mentre le élite finanziarie continuavano indisturbate a speculare.
La caduta di Lehman Brothers dovrebbe allora essere letta come una parabola della Torre di Babele: un progetto umano superbo, costruito senza Dio e contro Dio, che alla fine crolla sotto il proprio peso.
Per i cattolici la lezione è chiara: non esiste salvezza in un mondo globalizzato che adora il denaro e relativizza ogni verità, non esiste giustizia in un sistema che mercifica l’uomo e lo riduce a un numero nei registri contabili di banchieri apolidi, non esiste pace dove le radici vengono recise in nome di un astratto cosmopolitismo.
Ciò che occorre è tornare ai principi perenni: la centralità della persona umana creata a immagine di Dio, la sacralità della famiglia, il primato delle comunità naturali e delle nazioni, la subordinazione dell’economia alla morale, la riaffermazione della verità cattolica come fondamento della civiltà.
Il 15 settembre 2008, dunque, non è soltanto la data di un disastro finanziario, ma il momento in cui la Provvidenza ha mostrato agli uomini la nudità del loro idolo moderno, affinché tornino a riconoscere che fuori da Cristo Re non vi è né ordine, né giustizia, né futuro.
