Il 15 dicembre 1979 nasceva la Rete Tre con l’ambizione dichiarata di ampliare il pluralismo del servizio pubblico, ma nel corso dei decenni quella promessa si è progressivamente trasformata in una linea editoriale percepita da una parte consistente del pubblico come rigidamente orientata, ideologicamente prevedibile e sempre meno capace di rappresentare la complessità del Paese reale.
RAI 3 ha costruito la propria identità su un racconto della società filtrato quasi esclusivamente attraverso una lente politico-culturale riconducibile a una sinistra militante, spesso più impegnata a confermare se stessa che a interrogarsi criticamente sui propri dogmi, con il risultato di una programmazione che, pur rivendicando un ruolo di coscienza critica, finisce per apparire autoreferenziale, moralistica e scarsamente incline al confronto autentico.
Il TG3, e molte trasmissioni di approfondimento, hanno negli anni adottato un linguaggio, una selezione delle notizie e una gerarchia dei temi che trasmettono l’idea di un’agenda già scritta, dove alcune sensibilità politiche vengono trattate come naturali e legittime mentre altre sono ridotte a caricature, sospetti o emergenze democratiche, generando una narrazione binaria che semplifica e polarizza invece di informare.
Il problema non è l’esistenza di una visione critica o progressista, che nel pluralismo è non solo legittima ma necessaria, bensì la sua trasformazione in una sorta di monopolio culturale interno alla rete, che ha progressivamente allontanato spettatori non allineati e impoverito il dibattito, riducendo la varietà delle voci e delle competenze chiamate a interpretare la realtà.
RAI 3 ha spesso confuso il giornalismo d’inchiesta con l’attivismo, l’approfondimento con il commento militante, l’ironia con il sarcasmo ideologico, finendo per predicare ai “convertiti” e rinunciare alla funzione più alta del servizio pubblico, quella di mettere in dialogo mondi diversi senza pregiudizi.
Anche sul piano culturale e sociale la rete ha privilegiato per anni un immaginario urbano, intellettuale e politicamente omogeneo, lasciando ai margini sensibilità popolari, istanze periferiche e punti di vista non riconducibili al canone dominante, come se l’Italia fosse un corpo unico e non un mosaico complesso di storie, contraddizioni e identità.
Questa impostazione ha prodotto una sorta di comfort zone editoriale in cui le domande scomode vengono rivolte sempre agli stessi interlocutori e mai davvero a se stessi, con un riflesso di superiorità morale che rischia di trasformare l’informazione in pedagogia e il dissenso in devianza.
Dopo tanti anni, la critica a RAI 3 non nasce da ostilità verso una parte politica, ma dalla delusione per un’occasione mancata: quella di una terza rete capace di essere davvero laboratorio di pluralismo, spazio di confronto libero e non recinto ideologico, strumento di comprensione e non di appartenenza, perché un servizio pubblico che rinuncia a parlare a tutti, anche quando crede di farlo per il bene di tutti, finisce inevitabilmente per tradire la propria missione originaria.
