Il 28 dicembre 1908 resta inciso come una ferita incancellabile nella memoria d’Italia, quando alle prime luci dell’alba un terremoto devastante, stimato allora di decimo grado, seguito da un maremoto spaventoso, cancellò in pochi istanti Reggio Calabria e Messina, trasformando due città vive e operose in un mare di macerie e di silenzio, e trascinando con sé oltre centomila vite in una tragedia che ancora oggi, a più di un secolo di distanza, lascia sgomenti per la sua portata e per la fragilità che rivela nella condizione umana, di fronte a una natura improvvisamente scatenata che non conosce distinzioni né risparmia nessuno, né i poveri né i potenti, mentre tra le rovine si consumavano scene di eroismo, di disperazione, di preghiera e di solidarietà, con soccorsi spesso improvvisati e l’aiuto giunto perfino dall’estero, in un’Italia che allora era giovane come Stato ma già costretta a misurarsi con uno dei più grandi lutti collettivi della sua storia.
Proprio in quel clima di dolore e di ricerca di senso si collocano le interpretazioni di alcuni uomini di Chiesa dell’epoca videro in quel cataclisma non soltanto un evento naturale, ma un segno terribile della Giustizia divina, arrivando a leggere il crollo di Messina come una punizione per quello che ritenevano il dilagare dell’empietà e dell’influenza della massoneria nella vita pubblica e morale della città, per le sue processioni blasfeme, parole che oggi possono apparire dure ma che testimoniano il bisogno, allora diffuso, di dare una spiegazione trascendente a un dolore così smisurato, in un tempo in cui la fede era per molti l’unico linguaggio capace di affrontare l’enigma del male.
Ricordare oggi quella tragedia significa non solo rendere omaggio alle vittime e alle comunità distrutte e poi ricostruite con tenacia, ma anche riflettere su come gli uomini, di fronte all’orrore, cerchino sempre un significato, oscillando tra la scienza che studia le faglie e le onde, e la coscienza che interroga Dio e la storia, affinché la memoria di Messina e Reggio non resti soltanto un numero nei libri, ma continui a parlare come monito di umiltà, di solidarietà e di responsabilità verso le fragilità della nostra terra e della nostra convivenza.
