Sono cresciuta in un villaggio montano 1010 metri sul livello del mare.
Era una famiglia di contadini senza acqua in casa (alla fontana si andava col secchio), senza luce elettrica (l’illuminazione era quella con la lampada a petrolio o la lanterna), senza nessun elettrodomestico, naturalmente.
Per quanto riguarda il riscaldamento avevamo il caminetto e la stufa economica dove si cuocevano i cibi (la cucina a legna). I panni venivano lavati al torrente e asciugati al sole stesi sui cespugli intorno.
Avendo mucche, polli, conigli, gustavamo latte, burro, formaggi genuini. Le uova erano freschissime e buonissima era la carne di coniglio.
Il bagno si faceva in ampie conche: l’acqua era scaldata sulla stufa in pentole di rame. Il sapone di Marsiglia ci profumava di pulito.
Mangiavamo le verdure dell’orto e la frutta direttamente dagli alberi. Il pane era cotto nel forno comune, impastato dalla farina del grano, seminato, sarchiato, trebbiato e portato al mulino…
Sono giunta alla soglia degli 86 anni, e malgrado le comodità offerte oggi, rimpiango la felicità agreste della mia infanzia. Ritengo gravemente ingiusto l’allontanamento dei figli da questa coppia. Un atto irragionevole data la spensieratezza e la sanità dei bambini. L’istruzione primaria data dai genitori è legale. La bambina ha superato gli esami di prima e seconda elementare e frequenta la terza. Altre risorse ha la famiglia autosufficiente e unita. Spero che la Legge sia benigna non matrigna nei loro confronti e rimedi a questo errore giudiziario.
Jacqueline Masi Lanteri
