Un Paese che dimentica le sue radici perde se stesso.
Nelle scuole italiane si sta aprendo un dibattito surreale: alcune richieste legate al Ramadan hanno fatto partire discussioni che mettono in discussione perfino le vacanze di Natale e Pasqua. Così, la nostra storia e le nostre radici culturali finiscono sul banco degli imputati.
In questi giorni, leggendo i commenti, sono rimasta sinceramente colpita e anche un po’ preoccupata.
C’è chi arriva a sostenere che anche le vacanze di Natale o di Pasqua andrebbero ripensate, perché sarebbero “privilegi religiosi”.
Questo ragionamento è, francamente, sconcertante.
Le vacanze di Natale o di Pasqua non sono concessioni confessionali: sono parte della storia civile e culturale dell’Italia.
Il nostro calendario riflette una tradizione millenaria che ha contribuito a costruire la nostra società, le nostre istituzioni e la nostra identità.
La scuola pubblica è laica, certamente. Ma la laicità non significa cancellare l’identità di un Paese. Non significa fingere che la nostra storia non esista.
La laicità serve a garantire la libertà di tutti, non a imporre una sorta di amnesia culturale.
Ed è proprio qui che il discorso diventa più serio. Perché a sostenere queste tesi spesso non sono persone arrivate da altre culture, ma italiani.
Questo significa che stiamo lentamente perdendo consapevolezza delle nostre radici.
L’Italia ha una storia precisa. Una storia che, piaccia o non piaccia, è profondamente intrecciata con il cristianesimo e con la cultura cattolica.
Non è un’affermazione ideologica: è un dato storico. Le nostre feste, il calendario civile, l’arte, l’architettura e gran parte del nostro patrimonio culturale nascono dentro questa tradizione.
Negare questa evidenza non rende la società più moderna né più inclusiva. La rende semplicemente più fragile. Perché una comunità che perde il rapporto con la propria storia perde anche i propri punti di riferimento.
E questo riguarda soprattutto i giovani. Da anni si dice che i ragazzi sono smarriti, che mancano punti di riferimento, che sono disorientati. Ma nello stesso tempo si lavora, spesso inconsapevolmente, per allontanarli dai simboli e dai riferimenti che li avrebbero aiutati a crescere. Li si lascia soli, e poi ci si meraviglia se la società appare confusa e senza direzione.
Naturalmente nessuno propone di imporre la fede a qualcuno. La scuola pubblica deve restare laica e rispettosa di tutti. Ma il rispetto non significa rinnegare se stessi, né la propria storia.
L’idea che per essere moderni o inclusivi si debba arrivare a mettere in discussione perfino il calendario che riflette la nostra cultura è un paradosso educativo prima ancora che culturale.
Un Paese che dimentica le proprie radici non diventa più aperto. Diventa soltanto un Paese senza memoria. E un Paese senza memoria finisce inevitabilmente per perdere anche se stesso. Chi dimentica le proprie radici, dimentica chi è.
Caterina Pinelli
Foto di Sam Balye da Unsplash
