Il sangue versato nella sinagoga di Manchester nel giorno più sacro del calendario ebraico è un monito crudele e terribile che lacera il cuore dell’Europa. Non è solo la cronaca di un atto di violenza, ma la dimostrazione concreta che l’antisemitismo, lungi dall’essere un retaggio del passato, si insinua ancora oggi nel tessuto delle nostre società, pronto a esplodere con la ferocia cieca del terrorismo.
Il fatto che l’attacco sia avvenuto nello Yom Kippur, la giornata della purificazione e del digiuno, aggiunge una dimensione di sacrilegio e di odio mirato: colpire i fedeli raccolti nella preghiera significa voler annientare non solo delle vite, ma la stessa identità religiosa e culturale di una comunità storica, radicata e integrata nel Regno Unito.
Due morti, quattro feriti, decine di persone traumatizzate: numeri che dicono poco se confrontati con lo shock collettivo e con l’eco che questa violenza avrà sulle relazioni comunitarie. L’aggressore, abbattuto dalla polizia dopo pochi minuti, non ha agito con l’improvvisazione del folle isolato, ma con la determinazione del fanatico: gilet antiproiettile, coltello, automobile usata come arma, cintura che simulava una bomba. La sua azione, preparata e ostentata, mirava a scatenare il panico e a colpire in profondità la fiducia dei cittadini nella possibilità di vivere sicuri nei luoghi di culto.
Non è un caso che il premier Keir Starmer abbia dovuto rientrare in fretta da Copenaghen per affrontare quella che non è soltanto un’emergenza di ordine pubblico, ma una ferita all’anima della nazione. La risposta immediata delle autorità, con il dispiegamento di forze davanti alle sinagoghe e ai luoghi ebraici, mostra consapevolezza e prontezza, ma evidenzia anche la fragilità di un equilibrio che si regge sempre più sull’eccezione, sulla sorveglianza, sulla paura di un “prossimo attacco”.
Questo scenario non riguarda solo il Regno Unito: dall’Europa continentale agli Stati Uniti, la recrudescenza degli atti antisemiti si intreccia con le tensioni internazionali, dalle guerre in Medio Oriente al risorgere di ideologie estremiste, siano esse islamiste radicali o di estrema destra. Non a caso la memoria corre alla strage di rue Copernic a Parigi, 45 anni fa, quando il terrorismo colpì ancora una sinagoga, lasciando morti e feriti tra persone che avevano soltanto il “torto” di pregare.
La storia, purtroppo, si ripete, e il monito non è stato ascoltato abbastanza. L’unità invocata da leader politici, istituzioni religiose e comunità musulmane moderate è indispensabile, ma rischia di restare retorica se non si affronta con decisione il nodo di fondo: la tolleranza cieca verso incubatori di odio, le zone grigie della radicalizzazione, l’indifferenza di chi minimizza certi segnali.
L’attacco di Manchester non è un incidente isolato, ma l’estrema conseguenza di un clima che troppo spesso si lascia corrodere da slogan, pregiudizi, silenzi complici. Oggi l’Europa intera, non solo il Regno Unito, deve riscoprire il senso profondo della sua promessa di civiltà: garantire che mai più il credo religioso, la fede vissuta in pace e la memoria di un popolo diventino bersaglio di chi brandisce la violenza come linguaggio politico e come culto di morte.
La sicurezza degli ebrei non è una questione di minoranza, ma una cartina di tornasole della democrazia: se una sinagoga non è sicura, nessuno lo è davvero. Manchester ci ricorda con brutalità che la lotta al terrorismo e all’antisemitismo è ancora, oggi, una lotta per l’Europa stessa, per la sua anima, per la sua capacità di restare fedele a ciò che proclama nei giorni solenni e dimentica troppo spesso nelle notti del terrore.
