Nella confessione della nostra fede cattòlica, parliamo sempre del Padre, del Fíglio e dello Spírito Santo, non come di un’entità astratta, ma come tre Persone distinte, che sono però insieme l’único Dio. E perché nessuno pensasse di adorare tre dèi, perché Dio è uno solo nella sostanza, nella natura, nella glòria e in tutti i suoi attributi, i primi cristiani coniàrono il tèrmine Trinità, che unisce in un solo nome le tre Persone divine che sono un solo nome, ma non una sola persona. Nel segno di croce infatti diciamo: «Nel nome del Padre, del Fíglio e dello Spírito Santo». Cosí in un único segno, che è il segno che apre e chiude ogni nostra preghiera e benedizione, racchiudiamo il primo mistero della fede e il secondo mistero della fede: Dio è uno e trino, cioè único in tre Persone uguali e distinte; e ha mandato il Fíglio, seconda persona della Trinità, a salvarci sulla croce. Dove c’è una persona della Trinità non màncano mai le altre due, tuttavia: la Creazione è attribuita al Padre; la redenzione al Fíglio, la santificazione allo Spírito Santo. Poi però sappiamo che per mezzo del Fíglio tutte le cose sono state create; che è volontà del Padre la redenzione (infatti il Vangelo di oggi si apriva con queste parole: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, v.16); e che lo Spírito Santo è dono del Padre e del Fíglio e quindi non agisce da solo. Nella stòria del mondo, del creato e della salvezza, tutta la Trinità è all’òpera, ma solo il Padre è l’orígine di tutto, solo il Fíglio muore sulla croce e risorge, solo lo Spírito Santo mette in comunione. Questo mistero di unità è cosí profondo e insondàbile, che ogni parola, ogni riflessione, ogni approfondimento, non esaurisce l’argomento, ma lo amplífica a nuove considerazioni, perché conóscere Dio è come porsi davanti all’ocèano e volerlo svuotare con una conchíglia, come insegnò la visione del bambino sulla spiàggia a sant’Agostino assorto nei suoi pensieri, mentre rifletteva sul suo trattato De trinitate. Questo episòdio reale o leggendàrio ha il significato chiaro che le capacità umane non sono sufficienti a un accesso pieno al mistero della Trinità: solo l’amore per Dio e per la verità pòssono elevarci sufficientemente a valutare le grandezze di Dio, senza la presunzione di avere in testa o in pugno la pienezza del mistero.
Oggi le letture ci facèvano accèdere ad esso ricordàndoci come nell’Èsodo Dio si amnifesta paterno e misericordioso, vicino al suo pòpolo, tanto che il nome Signore, è accostato alla specificazione «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34, v.6).
Il Vangelo ci rivela il rapporto tra il Padre e il Fíglio salvatore del mondo. Vediamo che non c’è nel Padre nessuna volontà di condanna, perché per amore e per salvarci ha mandato il Figlio, ma vediamo anche che il rifiuto e l’incredulità verso il Fíglio sono in sé condanna. Questo ci rivela che la Trinità non accetta l’onore di una delle tre Persone a discàpito delle altre.
Infine la fòrmula di saluto e benedizione che usa san Pàolo coi Cornzî, fòrmula trinitària, ci fa sapere da dove la Chiesa ha preso uno dei suoi saluti piú comuni a inízio della messa: «La gràzia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spírito Santo síano con tutti voi» (2 Cor 13, v.13). Questo saluto si presenta come un’abbràccio e una ricapitolazione del mistero di gràzia in cui siamo inseriti e che ci raggiunge: la gràzia e la verità ci ha raggiunti attraverso il Fíglio, inviato dal Padre, che pieno di amore per ciascuno di noi, e lo Spírito Santo, comunione amorosa di entrambi, mette in comunione anche noi col Padre e col Figlio.
Con gratitúdine immensa dunque, lodiamo, amiamo, adoriamo, e serviamo nei fratelli la santíssima Trinità.
Santíssima Trinità,
anno A, 31 Màggio 2026
PADRE GIUSEPPE AGNELLO*
*L’autore aderisce ad una riforma ortografica della lingua italiana
