Il 18 gennaio 1919, con l’Appello ai liberi e forti, don Luigi Sturzo fondò a Roma il Partito Popolare Italiano, inaugurando una stagione nuova della presenza dei cattolici nella vita pubblica dopo decenni di marginalità politica e di prudente distanza dallo Stato unitario.
Quella data non rappresenta soltanto un evento storico, ma l’irruzione di una concezione alta e rigorosa della politica come servizio al bene comune, come responsabilità morale prima ancora che come tecnica di governo, fondata su una visione personalista e comunitaria della società che ancora oggi, nel 2026, a più di un secolo di distanza, appare sorprendentemente attuale e necessaria per un’Italia smarrita tra individualismo, statalismo inefficiente e crisi di rappresentanza.
Il Partito Popolare nacque non come partito confessionale ma come forza d’ispirazione cristiana, aperta a tutti i cittadini di buona volontà, capace di tradurre in programma politico i principi della dottrina sociale della Chiesa senza confondere la sfera religiosa con quella istituzionale, affermando con chiarezza l’autonomia della politica e insieme il suo fondamento etico, e già in questo equilibrio si coglie una lezione preziosa per il presente, in cui o si pretende di espellere ogni riferimento morale dallo spazio pubblico o si tenta di strumentalizzare l’identità religiosa per fini di parte.
I pilastri programmatici del Partito Popolare, a cominciare dalla centralità della persona umana, dal rispetto delle libertà civili e religiose, dal suffragio universale, dal decentramento amministrativo e dall’autonomia degli enti locali, costituivano una risposta lucida e avanzata a uno Stato liberale accentrato e distante dai bisogni reali delle comunità, e in questo 2026, di fronte a un apparato statale spesso percepito come opaco, burocratico e inefficiente, il principio di sussidiarietà tanto caro a Sturzo, secondo cui ciò che può essere fatto meglio dai corpi intermedi non deve essere assorbito dallo Stato, appare come una chiave imprescindibile per ricostruire fiducia, responsabilità e partecipazione.
Il popolarismo sturziano non fu mai un vago solidarismo sentimentale, ma una proposta concreta di riforma sociale ed economica che teneva insieme giustizia e libertà, tutela dei lavoratori e rispetto dell’iniziativa privata, promozione delle cooperative, delle casse rurali, del mutualismo e di un’economia radicata nei territori, opponendosi tanto al liberismo selvaggio quanto al collettivismo ideologico, e in un’epoca come la nostra segnata da profonde diseguaglianze, precarietà del lavoro e crisi del ceto medio, quella visione di un’economia sociale di mercato, orientata al bene comune e non alla sola massimizzazione del profitto, potrebbe offrire ancora oggi criteri fecondi per una politica economica più umana e più stabile.
Centrale nel programma del Partito Popolare era anche la difesa della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio tra un maschio e una femmina, il riconoscimento del valore educativo e sociale delle comunità naturali, la libertà di educazione e il pluralismo scolastico, temi che Sturzo considerava essenziali per una democrazia autentica perché senza cittadini formati, senza famiglie solide e senza libertà educativa lo Stato tende inevitabilmente a sostituirsi alla società, producendo conformismo e dipendenza, e in un tempo in cui la crisi demografica, la fragilità delle relazioni e l’impoverimento culturale sono sotto gli occhi di tutti, questa attenzione alla dimensione educativa e familiare suona come un monito ignorato troppo a lungo.
Il Partito Popolare fu anche profondamente democratico e antifascista per convinzione e non per opportunismo, consapevole che la democrazia non è soltanto una procedura ma una cultura fondata sul rispetto della persona, delle minoranze e delle libertà fondamentali, e l’opposizione di Sturzo a ogni forma di autoritarismo, pagata con l’esilio e la solitudine, resta una testimonianza morale di straordinaria forza.
Vi era infine nel popolarismo sturziano una forte tensione etica, un’idea della politica come vocazione esigente, incompatibile con il clientelismo, la corruzione e il trasformismo, mali cronici della vita pubblica italiana, e il richiamo alla coerenza personale, alla responsabilità e alla competenza degli amministratori suona oggi quasi rivoluzionario in un contesto in cui la politica è spesso ridotta a comunicazione sui social, improvvisazione e gestione del consenso immediato.
Ricordare il Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo non significa dunque indulgere alla nostalgia o invocare un ritorno al passato, ma riscoprire una tradizione politica capace di coniugare realismo e idealità, radicamento sociale e visione nazionale, libertà e solidarietà, e soprattutto di mettere al centro la persona e le comunità reali contro ogni riduzione tecnocratica o ideologica della politica, offrendo all’Italia di oggi non un modello da copiare, ma criteri solidi per ricostruire una democrazia più giusta, più partecipata e più umana.
MATTEO ORLANDO
