Il caso dei due infermieri australiani del Bankstown Hospital di Sydney, Sarah Abu Lebdeh e Ahmad Rashad Nadir, ha scosso profondamente l’opinione pubblica e le istituzioni del Paese, sollevando un’ondata di indignazione e aprendo un complesso dibattito legale sui confini della privacy nell’era digitale.
La vicenda ha avuto inizio quando i due operatori sanitari, durante un turno di notte in ospedale, si sono collegati a una piattaforma di chat video casuale, dove sono entrati in contatto con un noto creatore di contenuti e influencer israeliano.
Durante la conversazione, registrata dall’influencer, i toni sono rapidamente degenerati: i due infermieri si sono lasciati andare a pesantissime dichiarazioni discriminatorie e minacce esplicite, affermando apertamente che si sarebbero rifiutati di curare i pazienti di nazionalità israeliana e che li avrebbero lasciati morire intenzionalmente.
In particolare, Sarah Abu Lebdeh ha dichiarato testualmente che non li avrebbe curati ma li avrebbe uccisi, mentre Ahmad Rashad Nadir ha rincarato la dose vantandosi del numero di cittadini israeliani transitati per la struttura e da lui presumibilmente maltrattati o “spediti all’inferno”.
La diffusione del video online ha scatenato una reazione immediata e durissima da parte delle autorità. I vertici della sanità dello Stato del New South Wales (NSW Health) hanno avviato un’indagine interna urgente, volta a verificare se vi fossero state reali ripercussioni sulla salute o sulla sicurezza dei pazienti di origine ebraica o israeliana passati per il Bankstown Hospital.
Sebbene i controlli abbiano fortunatamente escluso qualsiasi evidenza di danni fisici effettivi o trattamenti negati a danno dei degenti, la gravità etica e professionale delle affermazioni ha portato all’immediata sospensione dei due infermieri, tramutatasi poco dopo nel licenziamento in tronco e nell’interdizione totale dall’esercizio della professione infermieristica sul territorio australiano da parte dell’organo di regolamentazione nazionale (AHPRA).
Nel corso degli accertamenti sul background dei due, è emerso inoltre che Nadir era giunto in Australia come rifugiato dall’Afghanistan.
La rilevanza del caso ha valicato i confini della cronaca locale per assumere una forte connotazione politica e istituzionale. Il Primo Ministro australiano Anthony Albanese ha condannato pubblicamente il filmato definendolo disgustoso, nauseante e vergognoso, ribadendo l’incompatibilità assoluta di simili comportamenti con i valori di accoglienza e sicurezza del Paese.
Parallelamente, il Ministero della Salute del New South Wales ha formulato scuse formali e ufficiali alla comunità ebraica per alleviare l’allarme e il senso di profonda vulnerabilità generato dall’episodio.
Sul fronte giudiziario, la polizia federale ha proceduto all’arresto dei due ex infermieri, formalizzando l’accusa di reati legati all’uso improprio e offensivo dei servizi di comunicazione (Commonwealth carriage service offences), per aver sfruttato la rete internet allo scopo di minacciare, molestare e offendere.
Nonostante la gravità delle accuse, per le quali i due imputati si sono dichiarati non colpevoli, il procedimento penale ha subito una clamorosa e inaspettata svolta a ridosso del processo formale fissato per la fine di agosto 2026.
Il giudice della District Court del New South Wales, Michael McHugh, ha infatti accolto l’istanza presentata dai legali della difesa, stabilendo che il video della chat room non potrà essere ammesso come prova all’interno del dibattimento processuale.
Gli avvocati difensori sono riusciti a dimostrare che la registrazione della conversazione era avvenuta senza il consenso degli infermieri all’interno dei locali del Bankstown Hospital, configurando un’illecita violazione della privacy secondo le normative vigenti.
La difesa ha fortemente criticato la condotta dell’influencer israeliano, descrivendolo come un attivista e un “vigilante” online noncurante delle regole giuridiche sulla raccolta delle prove, mentre l’accusa ha tentato invano di sostenere che la natura casuale e pubblica di una chat online escludesse una legittima aspettativa di riservatezza.
Il giudice McHugh ha motivato la sua rigida decisione escludendo i file multimediali anche a causa dell’enorme e incontrollata diffusione mediatica che il video aveva già ricevuto sul web, la quale rischiava di pregiudicare l’equità del giudizio.
Questa decisione rappresenta un duro colpo per la pubblica accusa, che si troverà ad affrontare il processo di agosto con un quadro probatorio fortemente ridimensionato e privato della sua evidenza principale.
