Una dolorosa questione, legata alla morale e alla tutela della vita umana, è legata alla diffusione degli sport estremi, con particolare riferimento al Base Jumping.
Questa disciplina, che vede i praticanti lanciarsi da rilievi o strutture antropiche per volare a velocità comprese tra i 180 e i 210 chilometri orari prima di aprire il paracadute, non è illegale in Italia, dove l’attività è normata da codici di autoregolamentazione e associazioni dedicate fin dalla sua introduzione nei decenni scorsi.
Tuttavia, la pericolosità intrinseca di questa pratica continua a mietere vittime in modo drammatico, come confermato dalle tragiche cronache dell’agosto 2024, quando in pochissimi giorni si registrarono tre decessi sulle Alpi e, quasi contemporaneamente, altri due incidenti mortali nel Grand Canyon negli Stati Uniti, con impatti devastanti sulle rocce dopo cadute nel vuoto di oltre cento metri.
Di fronte a questa scia di sangue, che colpisce frequentemente minori adolescenti e giovani, si avverte nel mondo cattolico la mancanza di un documento ufficiale vaticano negli ultimi cinquant’anni che elenchi e proibisca esplicitamente tali condotte temerarie.
L’unico chiaro punto di riferimento magisteriale rimane il celebre discorso che San Pio X rivolse ai partecipanti del Concorso internazionale di ginnastica il 27 settembre 1908, nel quale il pontefice, pur lodando lo sport per i suoi benefici sul corpo e sulla volontà, esortò fermamente a non superare i confini della prudenza e a non esporsi a inutili pericoli lesivi della salute.
Oggi più che mai, l’opinione pubblica cattolica invoca un intervento chiarificatore della Santa Sede che sappia unire la fermezza della dottrina teologica alla paterna sollecitudine per la salvaguardia della vita dei giovani di fronte alle lusinghe del rischio estremo.
