Le foibe sono profonde cavità naturali a forma di imbuto, caratteristiche della regione carsica dell’Istria e della Venezia Giulia, al confine tra Italia, Slovenia e Croazia. Il loro nome deriva dal latino “fovea” (fossa). Tra il 1943 e il 1945, queste doline divennero fosse comuni dove i partigiani comunisti jugoslavi di Tito gettarono migliaia di italiani dopo averli sommariamente giustiziati.
Il massacro si svolse in due ondate principali. La prima ebbe luogo tra settembre e ottobre 1943, dopo la caduta di Mussolini e l’armistizio italiano con gli Alleati, quando i partigiani jugoslavi occuparono l’Istria. La seconda e più mortale ondata si verificò nel maggio 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando le truppe di Tito occuparono Trieste, Gorizia e il resto dell’Istria. Si stima che siano state uccise tra le 5.000 e le 10.000 persone, anche se le cifre variano a seconda della fonte. Tra le vittime c’erano funzionari pubblici, militari, sacerdoti cattolici, proprietari terrieri, insegnanti e cittadini comuni accusati di essere “italiani” o “borghesi”.
In un’intervista rilasciata a Il Giornale, il vescovo di Trieste ha denunciato come l’odio comunista verso i partigiani di Tito abbia schiacciato anche la libertà religiosa, uccidendo numerosi sacerdoti che furono gettati in abissi carsici insieme a migliaia di civili italiani in uno dei capitoli più bui dell’Europa del dopoguerra.
Per il vescovo Trevisi, il 10 febbraio è una data indelebile nella storia di Trieste. “Il 10 febbraio ci ricorda che Trieste è la vittima per eccellenza del totalitarismo”, spiega il vescovo. La città del nord-est italiano ha subito in successione i crimini del fascismo, l’occupazione tedesca dal 1943 (che ha installato l’unico forno crematorio in Italia) e, infine, le atrocità perpetrate dal regime comunista. “Tanto male è stato fatto in queste terre”, lamenta il prelato.
Il vescovo riconosce che per troppo tempo questa tragedia è rimasta confinata alla memoria locale. “Quando andavo a scuola, non avevo libri sull’argomento. Troppe generazioni di italiani sono cresciute ignare della sofferenza in queste terre”, afferma Trevisi, che insiste sul fatto che “non dobbiamo permettere a nessuno di minimizzare o dimenticare di nuovo questo dolore”.
Per decenni, l’eccidio delle foibe è stato messo a tacere in Italia per ragioni politiche, a causa dell’influenza del Partito Comunista Italiano, alleato della Jugoslavia durante la Guerra Fredda. Solo nel 2004 il Parlamento italiano ha istituito il Giorno della Memoria per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo che hanno causato.
L’esodo giuliano-dalmata
La violenza innescò un esodo di massa della popolazione italiana. Tra 250.000 e 350.000 italiani lasciarono l’Istria, Fiume (l’odierna Rijeka) e la Dalmazia tra il 1943 e il 1954, quando questi territori furono definitivamente annessi alla Jugoslavia. Intere famiglie persero case, proprietà e radici in una pulizia etnica che trasformò demograficamente l’intera regione.
Il Vescovo di Trieste rivela che Papa Francesco era ben consapevole della tragedia in queste regioni. “Una volta, a Santa Marta, iniziò a canticchiare un inno dedicato a Trieste. Lo aveva imparato da suo padre in Argentina. Francesco conosceva perfettamente la sofferenza di queste terre”, racconta Monsignor Trevisi, sottolineando il legame del Papa con la memoria dell’esodo e dei massacri. La numerosa comunità di emigranti italiani dall’Istria e dalla Dalmazia in Argentina mantenne viva la memoria della tragedia anche quando rimase taciuta in Italia.
Ciò che molti non sanno è che i partigiani di Tito non uccidevano solo per motivi di nazionalità, ma anche per religione. “La persecuzione dei partigiani di Tito colpì tutti coloro che non erano allineati con la loro ideologia, compresi altri comunisti. I cristiani erano i più vulnerabili e molti sacerdoti, di lingua italiana, slovena e croata, furono assassinati e gettati nelle foibe”, denuncia il vescovo.
La Chiesa cattolica rappresentò un ostacolo all’instaurazione del regime comunista in questi territori. I sacerdoti, considerati nemici ideologici del nuovo ordine, furono sistematicamente perseguitati. Molti furono arrestati, torturati e giustiziati senza processo, accusati di essere “reazionari” o “collaboratori del fascismo”.
Come esempio, Trevisi cita il caso di Padre Francesco Bonifacio, giustiziato da un gruppo di partigiani italiani “per i quali l’ideologia comunista prevalse non solo sul sentimento nazionale, ma anche sulla fede religiosa. Confessarono il crimine, ma il corpo non fu mai ritrovato”, racconta. Il sacerdote rimane una delle migliaia di persone scomparse di cui non si conosce ancora l’esatta ubicazione, probabilmente sepolto in uno delle centinaia di tumuli funerari che punteggiano il paesaggio carsico.
Alla domanda sull’origine di questo odio verso la religione cristiana, il vescovo risponde chiaramente: “Perché professavano un’ideologia con radici pagane, in cui l’uomo e la libertà religiosa venivano schiacciati con la violenza. Questo capitolo della storia dimostra che, quando è assolutizzata, l’ideologia non guarda in faccia nessuno e provoca solo dolore”.
Le parole di Monsignor Trevisi assumono un significato particolare in un contesto europeo in cui i regimi totalitari del XX secolo hanno causato milioni di vittime. La strage delle Foibe rappresenta uno degli episodi meno noti della violenza politica del dopoguerra, un monito di come la radicalizzazione ideologica abbia portato a crimini contro l’umanità in nome della costruzione di una “nuova società”.
