L’attentato di Fiumicino del 17 dicembre 1973 resta una delle ferite più profonde e meno elaborate della storia repubblicana italiana, un atto di terrorismo palestinese brutale e deliberato che colpì civili inermi in un luogo simbolo di transito, incontro e normalità, trasformando l’aeroporto di Roma-Fiumicino in un teatro di morte con l’uccisione di 32 persone e il ferimento di altre 15, tra fiamme, esplosioni, ostaggi e aerei dati alle fiamme, in un’azione che non ebbe nulla di “politico” nel senso nobile del termine ma tutto dell’odio ideologico che usa il sangue innocente come strumento di propaganda.
Quell’attacco, spesso relegato a nota a margine o attenuato da un linguaggio diplomatico che allora come oggi tendeva a giustificare l’ingiustificabile in nome di equilibri geopolitici, mostrò con chiarezza come una parte del terrorismo palestinese avesse già scelto la strada della violenza indiscriminata, del ricatto internazionale e della spettacolarizzazione della morte, anticipando una metodologia che negli anni successivi sarebbe diventata tristemente familiare.
Ricordare Fiumicino significa anche ricordare le ambiguità dell’Occidente, la riluttanza a chiamare il terrorismo con il suo nome quando esso proveniva da movimenti considerati “rivoluzionari” o “di liberazione”, e il prezzo pagato da cittadini comuni per questa cecità morale, perché quelle vittime non furono un danno collaterale ma l’obiettivo stesso di un’azione pensata per colpire l’opinione pubblica attraverso il terrore; a più di cinquant’anni di distanza, nel 2025, sarebbe un grave errore considerare quell’attentato come un residuo del passato, poiché la matrice ideologica che lo generò non solo non è scomparsa, ma ha trovato nuove forme, nuove reti e nuove giustificazioni, come dimostra la persistente pericolosità del terrorismo palestinese e in particolare di Hamas, organizzazione che combina struttura militare, controllo politico e uso sistematico della violenza contro civili, non solo in Medio Oriente ma come minaccia globale, capace di ispirare, finanziare o legittimare atti terroristici ben oltre i confini geografici del conflitto.
Minimizzare oggi questa minaccia, relativizzarla o diluirla in narrazioni che confondono deliberatamente terrorismo e resistenza significa ripetere gli stessi errori che nel 1973 portarono a sottovalutare segnali evidenti, lasciando spazio a una cultura dell’impunità e dell’ambiguità; un editoriale che ricordi Fiumicino non è un esercizio di memoria sterile, ma un atto di responsabilità civile, perché solo riconoscendo la continuità storica di una violenza che colpisce deliberatamente gli innocenti si può comprendere che il terrorismo, qualunque bandiera sventoli, non appartiene a un’epoca chiusa, ma resta una minaccia viva che richiede lucidità, fermezza morale e il rifiuto netto di ogni giustificazione ideologica.
