Il 27 marzo 1985 rappresenta una data tragica nella storia recente dell’Italia, una ferita ancora aperta nella memoria civile del Paese. In quel giorno, presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, veniva barbaramente assassinato l’economista Ezio Tarantelli, colpito a morte da un commando delle Brigate Rosse. Non si trattò soltanto dell’uccisione di un uomo, ma di un attacco diretto alla libertà di pensiero, alla ricerca accademica e alla convivenza democratica.
Ezio Tarantelli era un uomo di studio, un riformista, un intellettuale impegnato nel tentativo di trovare soluzioni concrete ai problemi economici e sociali dell’Italia. Le sue idee, fondate sul dialogo tra le parti sociali e sulla ricerca di un equilibrio tra giustizia sociale e sviluppo economico, rappresentavano esattamente ciò che il terrorismo odia: la mediazione, la ragione, il confronto civile. Per questo fu colpito. Non perché fosse un nemico del popolo, ma perché incarnava la possibilità concreta di migliorare la società senza ricorrere alla violenza.
Le Brigate Rosse, con il loro linguaggio pseudo-rivoluzionario e la loro ideologia intrisa di fanatismo, si macchiarono di numerosi delitti nel tentativo di destabilizzare lo Stato e imporre una visione totalitaria della società. Dietro la retorica della “lotta armata” si nascondeva in realtà un progetto di distruzione, che nulla aveva a che fare con la giustizia o con la dignità umana. L’omicidio di Tarantelli fu uno dei tanti atti sanguinari con cui questo gruppo cercò di imporre il terrore, colpendo persone inermi, spesso colpevoli soltanto di pensare liberamente.
È necessario affermarlo con chiarezza: il terrorismo brigatista non fu una deviazione accidentale, ma il frutto avvelenato di un’ideologia che, nella sua forma più radicale, giustifica la violenza come strumento politico. Il comunismo rivoluzionario, nelle sue declinazioni più estreme, ha spesso generato sistemi oppressivi e sanguinari, nei quali l’individuo viene sacrificato sull’altare di un’astratta collettività. Quando si nega il valore della persona, quando si considera legittimo eliminare chi dissente, si apre inevitabilmente la strada alla barbarie.
Le Brigate Rosse si richiamavano a quella visione ideologica che, in nome di una presunta liberazione, ha prodotto invece repressione, violenza e morte. La loro azione non fu mai liberatrice, ma profondamente antiumana. Uccidere un professore universitario davanti ai suoi studenti non è un atto rivoluzionario: è un crimine vile, un gesto di odio che tradisce il fallimento morale e intellettuale di chi lo compie.
La memoria di Ezio Tarantelli deve essere custodita come monito e come esempio. Monito contro ogni forma di estremismo ideologico che pretenda di imporsi con la forza; esempio di un impegno civile fondato sul dialogo, sulla competenza e sul rispetto reciproco. In un’epoca in cui le tensioni sociali possono nuovamente alimentare derive radicali, ricordare ciò che accadde negli anni di piombo è essenziale per evitare che simili tragedie possano ripetersi.
Condannare le Brigate Rosse significa anche rifiutare senza ambiguità qualsiasi giustificazione della violenza politica. Non esistono cause così nobili da legittimare l’omicidio, non esistono ideali che possano giustificare il sangue innocente. E condannare il comunismo nelle sue forme totalitarie significa riconoscere i danni profondi che certe ideologie hanno arrecato alla libertà e alla dignità dell’uomo.
La democrazia, pur con tutti i suoi limiti, si fonda su principi opposti: il rispetto della vita, il pluralismo, il confronto pacifico. Ezio Tarantelli credeva in questi valori, e per essi ha perso la vita. Ricordarlo significa riaffermare con forza che nessuna ideologia, nessuna utopia, nessuna pretesa rivoluzionaria potrà mai giustificare il terrorismo e la soppressione della libertà.
GIUSEPPE CANISIO
