Il 5 febbraio 2003 Colin Powell, allora Segretario di Stato degli Stati Uniti, tenne davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU uno dei discorsi più influenti e controversi della storia recente. Con l’ausilio di diapositive, registrazioni audio e immagini satellitari, Powell cercò di dimostrare che l’Iraq di Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa e che rappresentava una minaccia immediata per la sicurezza internazionale. Quelle affermazioni costituirono il principale fondamento politico e mediatico per l’invasione dell’Iraq del marzo 2003. Col senno di poi, quasi ogni elemento centrale di quel discorso si è rivelato falso, manipolato o privo di fondamento.
Powell sostenne che l’Iraq possedesse grandi scorte di armi chimiche e biologiche pronte all’uso, tra cui antrace, gas nervini come il VX e agenti chimici nascosti in depositi segreti. Affermò che Baghdad aveva prodotto “tra le 100 e le 500 tonnellate” di agenti chimici e che una parte di essi era stata distribuita in siti mobili. Dopo l’invasione, le ispezioni condotte dall’Iraq Survey Group, guidato dagli stessi Stati Uniti, conclusero ufficialmente che l’Iraq non possedeva alcuna scorta operativa di armi chimiche o biologiche dal 1991 e che i programmi erano stati smantellati da anni.
Uno degli elementi più famosi del discorso fu la presentazione dei cosiddetti “laboratori biologici mobili”, camion che secondo Powell servivano a produrre armi batteriologiche in modo nascosto. Quelle affermazioni provenivano da un’unica fonte, un informatore iracheno noto come “Curveball”, poi smascherato come completamente inattendibile. I servizi segreti tedeschi avevano già avvertito gli Stati Uniti che la fonte era poco credibile, ma tali avvertimenti furono ignorati. Nessun laboratorio mobile fu mai trovato.
Powell mostrò immagini satellitari che, a suo dire, dimostravano come l’Iraq stesse nascondendo materiali proibiti agli ispettori dell’ONU, spostandoli all’ultimo momento. In realtà, quelle immagini non provavano nulla di concreto: mostravano semplicemente camion e edifici senza alcuna evidenza reale del contenuto. Gli stessi analisti dell’intelligence ammisero in seguito che le interpretazioni erano puramente speculative.
Un altro punto centrale del discorso fu il presunto legame tra Saddam Hussein e Al-Qaeda. Powell affermò che l’Iraq ospitava terroristi legati a Osama bin Laden e che esisteva una cooperazione strategica tra Baghdad e il terrorismo islamico globale. Anche questa accusa si rivelò infondata: le commissioni d’inchiesta statunitensi stabilirono che non esisteva alcuna collaborazione significativa tra il regime laico di Saddam e Al-Qaeda, che anzi era ideologicamente ostile al baathismo iracheno.
Powell parlò inoltre di intercettazioni telefoniche tra ufficiali iracheni che avrebbero provato la distruzione di prove e il sabotaggio delle ispezioni ONU. I nastri furono presentati come autentici e decisivi, ma non dimostravano affatto l’esistenza di armi proibite, solo frasi ambigue interpretate in modo forzato. Non esisteva alcuna prova indipendente che quei dialoghi si riferissero ad armi di distruzione di massa.
Particolarmente grave fu l’affermazione secondo cui l’Iraq stesse cercando di acquistare uranio dal Niger per costruire una bomba atomica. Questo punto, già utilizzato anche da George W. Bush, si basava su documenti poi rivelatisi falsi, con firme inventate e errori grossolani. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica aveva già smentito quella tesi prima del discorso di Powell, ma la smentita fu ignorata.
Negli anni successivi Powell stesso ammise che il suo intervento all’ONU fu “una macchia” nella sua carriera. Dichiarò di essersi fidato ciecamente delle informazioni fornite dalla CIA e dai servizi segreti, senza sapere che molte erano costruite, esagerate o selezionate ad arte. In realtà, varie inchieste parlamentari dimostrarono che Powell era stato messo sotto forte pressione politica e che il discorso era stato “ripulito” per rendere convincenti dati molto deboli.
La verità emersa col tempo è che non si trattò solo di errori tecnici, ma di una costruzione sistematica di una narrativa di guerra. Le informazioni contrarie vennero scartate, le fonti incerte presentate come sicure, le ipotesi trasformate in certezze. Powell, con la sua reputazione di uomo moderato e credibile, fu scelto proprio per dare legittimità morale e diplomatica a una decisione già presa: l’invasione dell’Iraq.
In definitiva, il discorso del 5 febbraio 2003 rappresenta uno dei più grandi casi documentati di disinformazione istituzionale della storia contemporanea. Nessuna delle accuse fondamentali – armi chimiche, biologiche, nucleari, legami con il terrorismo – si rivelò vera. Eppure quelle bugie, ripetute con linguaggio tecnico e tono solenne, furono sufficienti a giustificare una guerra che causò centinaia di migliaia di morti e destabilizzò l’intero Medio Oriente.

Adesso, dopo 23 anni, siamo tutti capaci di dirlo. Chi è capace invece di dire che stanno facendo la stessa cosa con l’Iran? Netanyahu dice che l’Iran è prossimo ad avere l’atomica e ad usarla contro Israele dalla metà degli anni ’80 del millennio scorso. I 30.000 morti in 48h sono frutto di propaganda di guerra. Dopo 23 anni bravi tutti. Ma vanno smascherate sul momento le fandonie da propaganda, se no ripercorriamo sempre gli stessi errori, con i milioni di morti a seguire e poco contano le lacrime di coccodrillo a decenni di distanza.