Assoluzione definitiva per Matteo Salvini, lo ha stabilito la Quinta Sezione della Corte di Cassazione, che ha respinto il ricorso della Procura di Palermo nell’ambito del processo Open Arms, relativamente ai fatti del 2019, per le accuse di sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio.
“Difendere i confini non è reato” è stato il commento del vicepremier dopo la decisione, mentre la sua legale, l’avvocato Giulia Bongiorno, ha sottolineato come il processo non dovesse nemmeno iniziare.
Da questa notizia, che chiude definitivamente una vicenda giudiziaria durata anni, nasce una riflessione amara e necessaria sullo stato della giustizia italiana, sul tempo enorme sottratto a magistrati, avvocati, uffici giudiziari e istituzioni per arrivare a un esito che oggi viene definito inevitabile, e sui costi economici e politici di un procedimento che si conclude con un’assoluzione piena.
Anni di indagini, udienze, ricorsi, discussioni pubbliche, polemiche mediatiche, mobilitazione di apparati dello Stato e risorse economiche dei contribuenti sono stati impiegati per processare un atto politico-amministrativo compiuto da un ministro nell’esercizio delle sue funzioni, in un ambito, quello della gestione dei confini e dei flussi migratori, che è per sua natura eminentemente politico e che dovrebbe essere giudicato dagli elettori e dal Parlamento, non trasformato in un terreno di scontro giudiziario.
Ogni ora di lavoro dei magistrati impegnati in questo procedimento è un’ora sottratta ad altri fascicoli, ad altre vittime che attendono giustizia, ad altri processi che languono per prescrizioni e rinvii, e ogni euro speso per sostenere l’apparato processuale è denaro pubblico che si aggiunge a una macchina già lenta, costosa e spesso inefficiente.
Il dato più inquietante non è solo l’assoluzione finale, che in uno Stato di diritto è sempre una possibilità fisiologica, ma la sensazione diffusa che questo processo abbia avuto fin dall’inizio una forte connotazione politica, che la magistratura sia stata utilizzata, o si sia lasciata utilizzare, come strumento di pressione e delegittimazione nei confronti di un avversario politico, contribuendo a spostare il confronto dalle sedi democratiche alle aule di tribunale.
Quando la giustizia penale diventa il prolungamento del conflitto politico, perde la sua funzione di garanzia imparziale e rischia di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, alimentando l’idea che le toghe non siano sempre terze ma talvolta protagoniste di una battaglia ideologica.
Questa vicenda riaccende dunque il dibattito sull’abuso del processo come pena in sé, sul fatto che anche un’assoluzione definitiva non restituisce il tempo perduto, l’energia consumata, la reputazione messa in discussione e il clima di sospetto creato attorno a chi viene trascinato per anni davanti ai giudici.
Se davvero, come affermato dalla difesa, il processo non doveva nemmeno iniziare, allora la domanda non può essere elusa: chi risponde del tempo perso dalla giustizia italiana, dei soldi spesi per arrivare a una conclusione scontata, e del danno arrecato alla credibilità delle istituzioni?
In un Paese che invoca riforme strutturali della giustizia, questa assoluzione definitiva dovrebbe essere l’occasione per una seria autocritica, per riaffermare con forza la separazione dei poteri e per ricordare che la politica si combatte nelle urne e in Parlamento, non nei tribunali, se si vuole preservare lo Stato di diritto e la fiducia dei cittadini in una giustizia che deve essere rapida, sobria e realmente imparziale.
