Se noi siamo figure
di specchio che un soffio conduce
senza spessore né suono
pure il mondo dintorno
non è fermo ma scorrente parete
dipinta, ingannevole gioco,
equivoco d’ombre e barbagli,
di forme che chiamano e
negano un senso – simile all’interno
schermo, al turbinio che ci prende
se gli occhi chiudiamo, perenne
vorticare in frantumi
veloci, riflessi, barlumi
di vita o di sogno
– e noi trascorriamo inerti spoglie
d’attimo in attimo, di flutto in flutto
senza che ci fermi il giorno
che sale o la luce che squadra le cose.
I poeti più grandi sono quelli, come Petrarca, Leopardi e Pascoli, o anche Campana, William Butler Yeats e Rainer Maria Rilke, per esempio, che sono dentro al tempo e fuori dal tempo. Uno di questi poeti fu anche Lucio Piccolo barone di Calanovella, che questi poeti conobbe e amò, anche se la sua poesia ha preso strade in parte diverse, strade più misteriose e arcane. Piccolo, poeta ma anche esoterista e musicologo, ebbe pure il privilegio di avere come prefatore della sua prima pubblicazione il più grande poeta italiano vivente già nel 1956, Eugenio Montale, e questa non è certo cosa di tutti i giorni. E probabilmente, se non fosse stato per questo successo, non avremmo avuto uno dei più grandi romanzi del Novecento, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, cugino del Nostro, che, come ormai è noto, un po’ sollecitato dall’invidia per il cugino, consapevole di non essere da meno, decise di intraprendere una delle più grandi avventure letterarie del XX secolo.
Lucio Piccolo (Palermo, 27 ottobre 1901 – Capo d’Orlando, 26 maggio 1969) visse un’esistenza appartata, a Palermo fino al 1932 e poi a Villa Piccolo, vicino Capo d’Orlando, a un tiro di schioppo da Sant’Agata di Militello, paese d’origine di un altro grande scrittore siciliano, Vincenzo Consolo. Visse, dicevamo, un’esistenza appartata, con la madre e i fratelli, lontana dal mondo e da ogni forma di mondanità.
Figlio terzogenito del barone Giuseppe Piccolo di Calanovella e della duchessa Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò, di antica ascendenza principesca, risalente addirittura ai Normanni del XII secolo, dunque di famiglia di alta aristocrazia, fratello del pittore Casimiro Piccolo e cugino dell’autore del Gattopardo, dopo aver frequentato il liceo classico a Palermo, fu, come tanti nobili, un autodidatta, studiò lingue e grandi scrittori europei come Proust, Yeats, Rilke. Esordì come poeta al convegno di San Pellegrino Terme del 1954, presentato dal cugino Tomasi e proiettato nell’Olimpo della letteratura, come si diceva, da Montale. Pubblicò diverse raccolte, fino alla sua morte, avvenuta nel 1969, molte altre furono pubblicate postume, con molti riconoscimenti per una poesia originale, misteriosa, e, come dicevamo, fuori dal tempo e da categorie letterarie.
È una poesia affascinante e sfuggente come la personalità del suo poeta, poesia oscura, fatta di simboli e di misteri, dai forti contrasti e, come disse Camilleri, “tutta di ombre, dove difficilmente raggia la luce”. Nel poeta aristocratico convivevano “due anime – sono parole di Consolo – quella palermitana, spagnola, barocca, delle vecchie chiese, dei conventi, degli oratori, tutta scenografia interna che fa da sfondo alla sua infanzia-adolescenza; e quella messinese, greca, della campagna, della natura, scenografia esterna che fa da sfondo alla sua giovinezza-maturità, ma che egli riduce – è bene dirlo – sempre alla cifra barocca”.
Non poteva che essere una poesia, quella del nostro poeta-aristocratico, decisamente isolata nel panorama letterario degli anni Cinquanta – Sessanta, in cui si scontravano l’ultimo neorealismo e la prima neoavanguardia, una poesia profonda e misteriosa, non facilmente interpretabile, barocca appunto, come barocca è gran parte dell’anima siciliana, tanta letteratura, con proliferazioni tipicamente barocche costituite da immagini dense e oniriche, dall’oscurità e dal simbolismo, un simbolismo non decadente ma ugualmente profondo, immagini inserite nella realtà quotidiana per mezzo di un oggettivismo ora surreale, ora crepuscolare. Piccolo esclude la Sicilia dal suo mondo poetico e dalla sua produzione letteraria – a parte l’inclinazione verso il barocco, il suo è un linguaggio universale, lo stesso lessico adottato è alto, lontano da qualsiasi influsso dialettale.
Sul piano più specifico e formale, la poesia di Piccolo è segnata da una grande consapevolezza ritmica e fonica, da frequenti stilemi, come la spezzatura di elencazioni, attraverso enjambement, adoperata in modo da lasciare al lettore l’ardua e libera interpretazione, lasciando a cavallo di due versi un sintagma più complesso degli altri cui è accostato. Tipiche della sua poesia sono anche forme lessicali rare e musicali, come, per esempio, le preposizioni articolate spezzate, o termini aulici e tecnici. I critici hanno accomunato quest’ultimo aspetto all’intenzione campaniana di costituire una “poesia europea musicale e colorita”
Le prime due raccolte, per lo più unitarie sia sotto l’aspetto formale (per la presenza di studiati poemetti che spesso superano i cento versi), sono diverse dalla terza, Plumelia, che sviluppa una tendenza lirica più condensata – comunque presente nelle prime due raccolte – e un simbolismo più spinto e oscuro.
La poesia di Piccolo non è facilmente collocabile nella produzione letteraria del secondo Novecento, perché la sua opera, nonostante contenga molti rimandi letterari e continui dialoghi intertestuali con la letteratura italiana ed europea, rimane estranea a qualsiasi collocazione. Il poeta ricerca il “senso del trascendente” nel barocco palermitano o nelle campagne della sua terra, o nella quotidianità del casalingo, dove, soprattutto in Plumelia, trovano posto le presenze misteriose incorporee. Il termine “ombra” è il termine centrale, con il sapore dell’indefinito leopardiano.
È nella notte che si animano le misteriose presenze, la notte dirige le oniriche danze, che sanno di precarietà, d’incompletezza. Le memorie tornano come incubi, memorie che non diventano fantasmi ma sono sul punto di diventarlo. Egli accoglie la dimensione del trascendente nel quotidiano, normalizzandola, privandola degli aspetti più terrificanti. Per il poeta, in molte sue poesie, è nello spazio dell’ombra che noi erriamo e spesso troviamo le care persone che non ci sono più. È nella dimensione dell’ombra che ritroviamo gli evanescenti profili e le persone a noi care, e allora anche la casa che abitiamo è ombra.
Le ombre sono spesso impalpabili e inafferrabili, sono fantastiche e non si possono razionalizzare, eppure portano la memoria di esperienze reali. È in questo contesto che nella poesia di Piccolo si realizza e si rende necessaria la comunicazione tra corpi e ombre, tra terreno e ultraterreno. La poesia di Piccolo allora può essere definita poesia dei continui sconfinamenti nel mondo dell’aldilà, delle ombre, alla ricerca i quel “senso familiare d’oltre il limite”, come lo stesso poeta lo definisce.
Le ombre, soprattutto in Plumelia, sono le fantastiche compagne del suo itinerario poetico. Con una poetica che potremmo definire rilkiana, è nello spazio della dimora che l’identificazione delle ombre con i morti diventa esplicita: “ma sono | i morti. Male non fanno”. Le ombre sono flussi di memorie “senza muscoli o sangue”, anche oltre le mura domestiche, le ombre sono anche presenze che appartengono al paesaggio naturale, sono spiriti nuovi e antichi, che si agitano dappertutto, fin sui passi dei monti.
Qui, in questa ricerca di superamento dell’immanente e del quotidiano, entrano in gioco forse anche le teorie sui fantasmi e sull’oltre-vita e l’humus esoterica da cui traggono linfa vitale, e le ombre, lontane dal restare ancorate a un banale orizzonte di superstizioni, lontane dall’avere valenze religiose, assolvono a una funzione poetica e conoscitiva fondamentale. Le ombre servono per comprendere la vita, anche nella sua forma immanente. Perché tutto ciò che è terreno e precario è immagine dell’eterno adempimento che si realizzerà dopo la vita terrena. Poesia grande, quella del solitario aristocratico poeta, densa di significa e di pregi stilistici.
Le vicende editoriali del cugino Tomasi di Lampedusa, con il suo Gattopardo, hanno in grande misura travolto e oscurato l’opera del Piccolo. Ma, probabilmente, era anche nella natura di Piccolo restare nell’ombra e non cercare la luce. Al contrario di tanti altri scrittori siciliani, da Vittorini a Sciascia, a Bufalino, a Consolo e a Camilleri, Piccolo amò solo la luce crepuscolare o dei pomeriggi invernali. Montale sigillò la natura di Piccolo con queste parole: “un uomo sempre in fuga per certi versi affine a Carlo Emilio Gadda, un uomo che la crisi del nostro tempo ha buttato fuori dal tempo”.
Ma forse ci sono scrittori che sono nati fuori dal tempo e in questo misterioso luogo vogliono restare, perché non vi sono in realtà mai entrati, o anche perché solo lì trovano le ragioni del loro stesso vivere. Forse sono loro che posseggono la verità, poeti come Yeats, Rilke, Campana, Leopardi, Piccolo, che vedono oltre la “coltre in caligini”, per dirlo con le parole del nostro poeta, nella “Solitudine trasparenza d’abisso”.
Francesco Bellanti
