La notizia della morte delle gemelle Kessler aveva già lasciato un senso di smarrimento. Il mondo che applaude la scelta di morire è lo specchio di una cultura che ha smarrito completamente il significato della vita, del dolore, della speranza. Ma ciò che ho visto oggi va oltre lo smarrimento. È qualcosa che scuote. Che indigna. Che ferisce nel profondo.
La vignetta realizzata da un sacerdote — un prete, non un vignettista qualsiasi — trasforma un atto tragico in una scena quasi comica, leggera, normalizzata. Due donne che hanno scelto la morte vengono presentate come se fossero entrate “a passo di danza” nella vita eterna.
Nessuna parola sul valore della vita. Nessun richiamo alla dignità umana. Nessuna nota di verità. Solo un’immagine che allinea la Chiesa alla narrativa del mondo: tutto è accettabile, tutto è comprensibile, tutto è “poetico”. Anche ciò che non lo è.
Ed è qui che nasce la domanda che brucia: dove sono le parole che dovrebbero scuotere le coscienze? Un sacerdote non può limitarsi a disegnare un’immagine accomodante. Dovrebbe ricordare publicamente che la morte assistita non porta al Paradiso, che togliersi la vita rimane un peccato, che decidere autonomamente il momento della propria morte significa mettersi al posto di Dio.
Questo deve spiegare un prete. Questo dovrebbe essere il suo compito, il suo dovere, la sua responsabilità davanti alle anime che gli sono affidate. E invece? Silenzio. Normalizzazione. Estetizzazione della morte.
Dov’è la Chiesa che proclama la verità anche quando è scomoda? Dov’è l’autorità morale che forma le coscienze invece di accarezzarle? Dov’è la voce che ricorda che la sofferenza non è uno scarto, non è una vergogna, non è un motivo per rinunciare alla propria esistenza?
C’è qualcosa che non torna. Bishop Strickland può essere rimosso per “problematicità”, ma sacerdoti che pubblicano contenuti ambigui su una vicenda simile non vengono neppure richiamati? Ci troviamo davanti a criteri doppi, incoerenti, confusi. E ciò che emerge è un’immagine di una Chiesa che non sa più distinguere ciò che deve proteggere da ciò che deve correggere.
La verità è che siamo diventati ossessionati dall’idea di essere aperti, inclusivi, accoglienti a tutti i costi. Lo ripetiamo come un mantra: “non giudicare”, “non ferire”, “non essere rigido”, “non essere tradizionalista”. In questo continuo tentativo di piacere al mondo, stiamo perdendo la nostra identità.
Siamo talmente attenti a non offendere, da non avere più il coraggio di difendere.
La missione della Chiesa non è compiacere la sensibilità del tempo presente. Non è intrattenere. Non è alleggerire il peso della verità per renderla più digeribile. La missione della Chiesa è annunciare la vita, anche quando il mondo la rifiuta. È proclamare Cristo, anche quando Cristo non è di moda. È custodire la dignità umana, soprattutto quando è più fragile.
Questa vignetta non è un episodio isolato. È il sintomo di qualcosa di più profondo: una parte della Chiesa sta rinunciando al suo ruolo profetico per adeguarsi al pensiero dominante. E quando la Chiesa inizia a parlare con la voce del mondo, smette di essere luce e diventa semplicemente un’eco.
La questione non è emotiva. È morale. La Chiesa non può permettersi di smarrire la sua identità. Non può farlo davanti a Dio, non può farlo davanti ai fedeli, e soprattutto non può farlo davanti a chi soffre e ha bisogno di una guida vera, non di messaggi confusi.
Se continuiamo a normalizzare ciò che è peccato, a edulcorare ciò che è tragico, a confondere ciò che è chiaro, allora verrà un tempo in cui non saremo più in grado di distinguere la verità dall’errore. E non sarà colpa del mondo: sarà colpa nostra.
A questo punto la domanda non è più “cosa sta facendo il mondo?”, ma cosa sta facendo la Chiesa con la missione che le è stata affidata? Se davvero crediamo in ciò che professiamo, è il momento di dimostrarlo. Senza sconti. Senza illusioni. Senza paura. Perché quando la Chiesa tace o distorce, non perde solo credibilità. Perde anime. E allora forse è tempo di chiederci, concretamente e senza scuse: se oggi un sacerdote non ha più il coraggio di dire che togliersi la vita è un peccato, chi sta davvero evangelizzando chi?
Zarish Imelda Neno
