Il 26 marzo 1979 rappresenta una data spartiacque nella storia del Medio Oriente: sotto l’egida del presidente statunitense Jimmy Carter, il presidente egiziano Anwar al-Sadat e il primo ministro israeliano Menachem Begin firmarono a Washington il trattato di pace tra Egitto e Israele, ponendo formalmente fine a tre decenni di guerre e ostilità.
Questo accordo, frutto degli Accordi di Camp David, fu percepito in Israele come una svolta storica senza precedenti: per la prima volta, uno dei principali Paesi arabi riconosceva ufficialmente lo Stato ebraico e accettava di stabilire relazioni diplomatiche con esso.
Dal punto di vista israeliano, il trattato non fu soltanto un successo diplomatico, ma anche una conquista strategica fondamentale. L’Egitto, il più potente esercito arabo e protagonista di tutte le guerre arabo-israeliane precedenti, usciva definitivamente dal fronte militare ostile. In cambio, Israele accettò un sacrificio territoriale significativo: la restituzione completa della penisola del Sinai, conquistata durante la Guerra dei Sei Giorni e nuovamente teatro di scontri nella Guerra del Kippur.
Per la leadership israeliana, questa scelta incarnava il principio “terra in cambio di pace”, una dottrina destinata a influenzare profondamente la politica estera dello Stato nei decenni successivi.
Negli anni immediatamente successivi, Israele osservò con attenzione l’attuazione degli impegni egiziani. Il ritiro dal Sinai, completato nel 1982, avvenne in modo graduale ma determinato, e fu accompagnato dalla smilitarizzazione della penisola e dalla presenza di forze internazionali di monitoraggio.
L’Egitto dimostrò una sostanziale affidabilità nel rispettare gli accordi, nonostante tensioni regionali e pressioni interne al mondo arabo, che considerava il trattato come un tradimento della causa palestinese.
L’assassinio di Anwar al-Sadat nel 1981, da parte di estremisti islamici contrari alla pace con Israele, suscitò forte preoccupazione a Gerusalemme. Tuttavia, il successore Hosni Mubarak mantenne il trattato in vigore, garantendo una continuità che rafforzò la fiducia israeliana nella solidità dell’accordo.
Nonostante ciò, Israele ha spesso descritto la relazione con l’Egitto come una “pace fredda”: le relazioni diplomatiche esistevano, ma i rapporti tra le società civili restavano limitati, e una diffusa ostilità popolare egiziana nei confronti di Israele continuava a emergere.
Nel corso degli anni Novanta, mentre Israele avviava il processo di pace con i palestinesi culminato negli Accordi di Oslo, l’Egitto svolse un ruolo di mediatore regionale, spesso apprezzato da Israele per la sua capacità di dialogo con le diverse fazioni palestinesi. Tuttavia, la seconda Intifada, iniziata nel 2000, raffreddò ulteriormente le relazioni, aumentando la diffidenza reciproca e limitando la cooperazione pubblica.
Un punto cruciale nella percezione israeliana del rapporto con l’Egitto è rappresentato dalla sicurezza nella penisola del Sinai. Dopo il ritiro israeliano, l’area divenne progressivamente più instabile, soprattutto a partire dagli anni successivi alla Primavera araba.
La caduta di Mubarak e l’ascesa di Mohamed Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani, generarono in Israele timori significativi riguardo alla possibile revisione del trattato di pace. Tuttavia, tali timori si attenuarono con l’arrivo al potere di Abdel Fattah al-Sisi, considerato da Israele un partner pragmatico nella lotta contro il terrorismo jihadista nel Sinai.
Negli ultimi anni, la cooperazione tra Israele ed Egitto si è rafforzata soprattutto sul piano della sicurezza e dell’intelligence. Israele ha autorizzato più volte l’Egitto ad aumentare la propria presenza militare nel Sinai, nonostante le limitazioni previste dal trattato, riconoscendo la necessità di contrastare gruppi affiliati allo Stato Islamico. Questo coordinamento rappresenta uno degli aspetti più concreti e positivi della relazione bilaterale.
Parallelamente, si è sviluppata anche una cooperazione energetica, in particolare nel settore del gas naturale, con accordi che vedono Israele esportare gas verso l’Egitto, contribuendo a rafforzare i legami economici tra i due Paesi. Questo elemento è percepito in Israele come una conferma della trasformazione della relazione da mera non-belligeranza a partnership strategica, seppur discreta.
Nonostante i progressi, Israele continua a considerare il rapporto con l’Egitto come delicato e soggetto a equilibri regionali più ampi. La questione palestinese rimane un fattore centrale: l’Egitto sostiene ufficialmente la creazione di uno Stato palestinese e mantiene una posizione critica su alcune politiche israeliane, specialmente riguardo alla Striscia di Gaza. Tuttavia, il ruolo egiziano come mediatore nei conflitti tra Israele e Hamas è visto a Gerusalemme come indispensabile.
A distanza di oltre quattro decenni dalla firma del trattato, Israele considera la pace con l’Egitto uno dei pilastri della propria sicurezza nazionale. Essa ha permesso allo Stato ebraico di ridurre significativamente la minaccia convenzionale sui suoi confini meridionali e di concentrare le proprie risorse su altre sfide strategiche.
Pur rimanendo una pace non priva di diffidenze e limiti, essa è ritenuta un successo duraturo della diplomazia israeliana e un modello, almeno parziale, per altri tentativi di normalizzazione con il mondo arabo, come dimostrato dagli accordi più recenti con altri Paesi della regione.

Peccato che si trattasse solo di un escamotage diretto a prendere il tempo necessario alla pianificazione della Grande Israele. Se lo avessi scritto 5 anni fa nessuno mi avrebbe creduto. Oggi i fatti lo dimostrano. Basta guardare lo stemma cucito sulle divise dell IDF.