Il 3 gennaio 1954, quando il Programma Nazionale della Rai inaugurò ufficialmente le trasmissioni televisive e andò in onda la prima edizione del Telegiornale, si aprì una stagione che avrebbe dovuto incarnare l’idea alta del servizio pubblico: informare, educare, unire un Paese ancora segnato dalle macerie morali e materiali della guerra, offrendo una narrazione condivisa, autorevole e, soprattutto, super partes.
Eppure, già in quella promessa originaria era inscritto un peccato che nel tempo sarebbe diventato sistema, quello della dipendenza dal potere politico, una dipendenza che negli anni della Prima Repubblica prese il nome, ormai entrato nel lessico civile italiano, di “lottizzazione”, una spartizione scientifica delle reti, dei telegiornali, delle direzioni e perfino dei palinsesti secondo le convenienze dei partiti dominanti, con la Rai trasformata in un condominio di correnti, dove l’equilibrio non era quello dell’imparzialità ma quello dei rapporti di forza parlamentari.
Una Rai che, pur producendo cultura, alfabetizzazione e grandi stagioni di qualità, pagava tutto ciò con l’abdicazione alla propria autonomia, diventando lo specchio televisivo di una democrazia bloccata, più attenta alla gestione del consenso che alla formazione critica dei cittadini.
Con la fine dei partiti storici e l’avvento della Seconda Repubblica si è raccontata la favola di una liberazione dalla lottizzazione, ma in realtà essa ha soltanto cambiato pelle: meno ideologica, più personalistica, meno dichiarata ma non meno pervasiva, con i governi di turno intenti a occupare spazi, a sostituire vertici, a orientare linee editoriali, spesso in nome di una presunta “discontinuità” che altro non era se non l’ennesima rotazione degli occupanti.
E se ieri la Rai era divisa in feudi riconoscibili, oggi appare spesso come un terreno di conquista permanente, dove la precarietà delle nomine e la velocità degli avvicendamenti impediscono qualsiasi progetto editoriale di lungo periodo e rafforzano l’istinto all’allineamento preventivo.
L’attuale Rai, lungi dall’essere super partes, sembra vivere una crisi ancora più profonda, perché alla storica subordinazione politica si è aggiunta una fragilità culturale e identitaria: l’informazione appare sempre più schiacciata sull’agenda del potere, il pluralismo si riduce a una contabilità aritmetica delle presenze, l’equilibrio viene confuso con la neutralizzazione del conflitto critico, mentre il servizio pubblico rincorre modelli commerciali, linguaggi urlati e semplificazioni che impoveriscono il dibattito democratico.
In questo contesto, la Rai non è più soltanto lottizzata, ma spesso intimorita, prudente fino all’autocensura, incapace di svolgere quella funzione di cane da guardia che dovrebbe essere la sua ragion d’essere.
Così, a settant’anni dalla nascita del Telegiornale, il paradosso è evidente: mai come oggi esisterebbero strumenti, competenze e tecnologie per garantire un’informazione autorevole e indipendente, e mai come oggi la televisione pubblica sembra distante dall’ideale di terzietà che ne giustifica l’esistenza, prigioniera di una politica che non ha mai smesso di considerarla non un bene comune, ma un bottino, e di una classe dirigente che non ha avuto il coraggio di restituirle fino in fondo la dignità di vera istituzione della Repubblica.
