Il messaggio di fine anno di Sergio Mattarella del 31 dicembre 2025, pur formulato con la consueta dignità istituzionale e rivolto a un pubblico molto vasto, merita una critica puntuale e rispettosa perché alcune scelte retoriche e contenutistiche rischiano di restare nel vago proprio quando l’Italia affronta sfide profonde.
Innanzitutto, la centralità accordata alla pace internazionale è nobile e condivisibile nella forma, ma la critica sta nel fatto che il Presidente descrive la pace come un valore universale da aspirare davanti allo «scenario di bombe e devastazioni» in Ucraina e Gaza (dimenticando tutte le altre guerre in corso nel mondo) definendo «ripugnante» il rifiuto della pace da parte di chi si sente più forte.
Pur comprendendo lo sforzo di condannare la violenza, resta da chiedersi se un messaggio così generale sia davvero in grado di guidare l’opinione pubblica italiana oltre il puro sentimento etico verso posizioni politiche concrete su come contribuire a una pace effettiva (per esempio indicando iniziative diplomatiche concrete o definendo i limiti del ruolo italiano) o se rischi di lasciare in ombra le complesse responsabilità geopolitiche in gioco, dall’equilibrio dentro la NATO agli approcci delle grandi potenze.
La forte enfasi sulla memoria storica degli 80 anni della Repubblica come spartiacque e fondamento di diritti e coesione sociale è un richiamo importante, ma rischia di assumere toni eccessivamente celebrativi anziché essere accompagnato da un’analisi seria delle criticità attuali della stessa Repubblica, come i problemi demografici (a cui contribuisce anche il delitto legalizzato dell’aborto), la stagnazione economica o la percezione di disconnessione tra istituzioni e generazioni più giovani.
In particolare, il messaggio al futuro delle nuove generazioni di «non rassegnarsi» e di «scegliere il proprio futuro» suona ispirante, ma non affronta con sufficiente concretezza le difficoltà quotidiane che molti giovani italiani sperimentano, come la precarietà lavorativa, il costo della vita, la mobilità sociale limitata e l’emigrazione giovanile, aspetti dei quali il discorso istituzionale rimane purtroppo quasi del tutto silente.
Sul piano interno, il richiamo alla coesione sociale e alla democrazia come forza dell’Italia è sacrosanto, tuttavia non si accompagna a proposte per ridurre l’erosione della fiducia nelle istituzioni o per stimolare un dibattito su come rafforzare realmente i diritti sociali e civili per tutti, rendendo l’appello più un augurio retorico che una direttiva di cambiamento.
Infine, pur apprezzando l’equilibrio con cui il Presidente evita di scendere in polemiche politiche domestiche, questa distanza dalle questioni politiche concrete — dall’economia alla giustizia sociale, dall’istruzione alle disuguaglianze — può essere vista come una mancanza di coraggio istituzionale nel cogliere il momento per tracciare una rotta più chiara e più utile per gli italiani nel nuovo anno.
Il discorso di Mattarella resta, dunque, un invito alto alla riflessione comune su valori profondi come pace, memoria e cittadinanza, ma come messaggio politico concreto rischia di non fornire ancore normative e operative per affrontare le molte sfide che il Paese e il mondo si trovano ad affrontare nel 2026.
Giuseppe Canisio
