La Marcia nuziale di Felix Mendelssohn, che il 25 gennaio 1858 risuonò solennemente nelle navate e nei saloni della corte britannica durante le nozze della principessa Vittoria, figlia della regina Vittoria del Regno Unito, con il principe ereditario Federico di Prussia, non è soltanto una composizione musicale di straordinaria bellezza, ma un vero e proprio archetipo sonoro dell’idea stessa di matrimonio nella cultura occidentale, una musica che ha saputo trasformare un momento privato di celebrazione dinastica in un gesto universale, condiviso, quasi liturgico, e che da allora accompagna milioni di sposi nel loro ingresso verso un destino comune.
Mendelssohn, con la sua geniale fusione di classicismo formale e romanticismo lirico, aveva scritto quella marcia come parte della musica di scena per il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, eppure in essa vi è qualcosa che supera il teatro, che trascende la commedia degli equivoci e delle fate per toccare una dimensione quasi sacramentale, perché quelle fanfare iniziali, così limpide e solenni, sembrano aprire uno spazio simbolico nel quale il tempo quotidiano viene sospeso e sostituito da un tempo più alto, quello della promessa, dell’alleanza, della fedeltà, e non è un caso che una musica nata per accompagnare una celebrazione amorosa in un contesto fantastico sia stata scelta da una principessa reale per suggellare un’unione destinata a entrare nella storia, poiché la forza della Marcia nuziale sta proprio nella sua capacità di unire la gioia alla dignità, la luce alla maestà, la tenerezza alla fermezza, come se in quelle battute Mendelssohn avesse voluto dire che l’amore vero non è mai solo abbandono emotivo, ma anche struttura, forma, ordine, responsabilità.
Il successo planetario che questa musica ha conosciuto dopo il 1858 non è dunque un semplice fenomeno di moda, ma il riconoscimento collettivo di un linguaggio che parla direttamente al cuore umano, un linguaggio che dice “sì” prima ancora che lo facciano le labbra degli sposi, e che lo dice con una nobiltà priva di arroganza, con una solennità che non opprime ma eleva, trasformando ogni chiesa, ogni municipio, ogni sala in cui risuona in una sorta di tempio del patto umano; vi è inoltre in questa marcia una purezza melodica che riflette l’anima stessa di Mendelssohn, compositore profondamente spirituale, capace di coniugare l’eredità bachiana con la sensibilità romantica, e questo equilibrio si sente in ogni accordo, in ogni progressione armonica che avanza come un passo sicuro verso il futuro, così che la musica non accompagna soltanto l’ingresso della sposa, ma sembra già raccontare, in forma sonora, la storia che sta per cominciare, fatta di slanci, di sfide, di fedeltà e di speranza, e forse è proprio per questo che, anche quando la si ascolta fuori dal contesto matrimoniale, essa continua a evocare immagini di luce, di veli bianchi, di sorrisi commossi, perché è diventata, nel profondo dell’immaginario collettivo, la voce stessa dell’unione, la colonna sonora dell’amore che si fa istituzione senza perdere la sua poesia.
Nel ricordare il 25 gennaio 1858 non celebriamo soltanto un episodio mondano della storia europea, ma il momento in cui una musica ha trovato il suo destino definitivo, diventando il canto nuziale per eccellenza dell’Occidente, un destino che Mendelssohn forse non avrebbe mai potuto immaginare, ma che la sua arte, con la sua luminosa verità, aveva già segretamente preparato.
