Nei precedenti mesi abbiamo assistito alla propaganda dell’onorevole La Vardera riguardo alle sue – a nostro modo di vedere controverse – posizioni in merito al ritorno a un sistema parlamentare (e dunque contrapposto all’attuale presidenzialismo) nella Regione Siciliana.
A detta dello stesso La Vardera, il ritorno del Parlamento nelle scelte delle politiche regionali significherebbe favorire la corruzione e le cattive decisioni, per via dei rappresentanti attualmente presenti in tale organo deliberativo.
Eppure, lo stesso presidenzialismo siciliano non è altro che “figlio” – stando alla Legge Regionale n. 2 emanata il 31 gennaio 2001 dalla XIII Legislatura – del medesimo Totò Cuffaro e delle sue politiche, cioè proprio quelle che il leader di “Controcorrente” dichiara di voler rigidamente combattere.
Proprio per tale ragione, ci sorgono spontanee due domande: La Vardera è a conoscenza di questo fatto storico e politico riguardante il presidenzialismo? Se sì, come può additare tutte le colpe a un’istituzione secolare che da sempre fu prodigio politico della Patria Siciliana?
Ovviamente, non intendiamo biasimare le osservazioni dell’onorevole riguardo alle cosiddette “mele marce” presenti nell’istituzione parlamentare. Tuttavia, riteniamo forzata e tendenziosa l’idea che un legittimo ritorno alla centralità parlamentare nella Regione Siciliana possa agevolare la corruzione e un ulteriore sfacelo della cosa pubblica.
Storicamente parlando, anche nei periodi di massima crisi politica e istituzionale dello Stato Siciliano (si vedano la Guerra del Vespro e la conseguente “Guerra dei Novant’anni” tra il Regno di Sicilia e il Regno di Napoli, oltre alla Guerra Civile del 1410-1413, che coinvolse i legittimisti a seguito della regina Bianca I di Sicilia e i fedeli del conte di Modica, Bernardo de Cabrera y Foix), il Parlamento riuscì a guidare la Sicilia e le sue Nazioni, risolvendo molto spesso le crisi interne proprio grazie alla sua “priorità” legale sul Sovrano e sulla Legazia Apostolica.
Andrebbe inoltre ricordato come tale organo sia stato storicamente soggetto a numerose riforme di carattere burocratico e politico mediante le varie costituzioni e statuti emanati nel corso della patria storia.
Tra le più importanti riforme ricordiamo certamente quella del 1812 – ispirata al modello inglese – e quella del 1848, che aprirono la politica siciliana e la stessa rappresentanza popolare a un modello più liberale e “distaccato” – pur preservandone la tradizione – dall’Ancien Régime.
Pur ricordando che la Regione Siciliana non sia propriamente successore del Regno di Sicilia e che, ovviamente, le condizioni storico-materiali, ideologiche e spirituali del XXI secolo siano diverse rispetto al passato, occorre una doverosa riforma politica e statale che riassegni alle Nazioni di Sicilia e alla cittadinanza la priorità di far valere i propri interessi mediante una rappresentanza “sociale e patriottica” nel senso più stretto e anti-casta del termine, restituendo al Parlamento la sua centralità politica e istituzionale.
Davanti a una Sicilia vittima delle riforme presidenziali, che tanto hanno tradito la tradizione storica e sociale della Patria Siciliana e del suo Stato, figlie del “cuffarismo” e della mala signoria, perché non avviare una “Rivoluzione conservatrice”, prendendo spunto dai fasti siciliani e ripristinando il sistema parlamentare?
Riformando dunque lo stesso Parlamento e superando lo scellerato presidenzialismo?
Sia alla Patria e ai suoi Popoli la loro Rivoluzione!
Ivan Accursio Montalbano
