Wikipedia è sempre più un grande intermediario culturale e cognitivo dell’epoca digitale, capace di influenzare in modo decisivo ciò che miliardi di persone leggono, apprendono e persino ciò che sistemi di intelligenza artificiale e motori di ricerca restituiscono come “conoscenza affidabile”.
Purtroppo dietro una pretesa neutralità tecnica e redazionale, la piattaforma ha progressivamente adottato una visione del mondo marcatamente secolare.
Questa prospettiva si manifesta attraverso la cosiddetta “Wikivoice”, la voce istituzionale con cui Wikipedia presenta come fatti indiscutibili interpretazioni tipiche dell’erudizione accademica moderna, relegando invece le tradizioni religiose, in particolare quelle bibliche, nel campo del mito, del folclore o della curiosità antropologica, come avviene emblematicamente nelle voci dedicate a Yahvè, definito come un’antica divinità semitica del clima e della guerra, o al racconto della creazione della Genesi, descritto come un “mito di creazione”, in aperto contrasto con la comprensione che ebrei e cristiani hanno di questi testi come rivelazione divina.
La critica si estende anche al modo in cui Wikipedia tratta la Septuaginta, presentando come dato storico “sobrio” il consenso degli studiosi moderni e relegando la tradizione ebraica dei settantadue traduttori alla categoria di “leggenda”, e individua nella cosiddetta “critica biblica”, definita dalla stessa Wikipedia come un metodo che interpreta la Scrittura senza ricorrere al soprannaturale, il motore intellettuale di questa impostazione, che Larry Sanger, cofondatore dell’enciclopedia, ha sintetizzato nella sigla GASP (Global, Academic, Secular, Progressive).
All’esistenza di tali approcci in ambito accademico, ora si aggiunge il fatto che essi siano diventati, di fatto, la teologia implicita e dominante dell’infrastruttura informativa globale, anche a causa del potere esercitato da un numero molto ristretto di editor particolarmente attivi.
Dal punto di vista cattolico, questa notizia non può che suscitare una profonda preoccupazione, perché tocca un nodo cruciale del nostro tempo: il passaggio dall’autorità esplicita alla normatività invisibile, dalla censura dichiarata alla marginalizzazione silenziosa del sacro.
La Chiesa non ha mai temuto il confronto con la ragione, con la storia o con la critica, anzi ha dato origine alle università, alla filologia biblica, alla riflessione teologica più rigorosa, ma ha sempre distinto tra l’uso legittimo degli strumenti critici e l’assunzione ideologica di un presupposto materialista o naturalista che esclude a priori la possibilità della Rivelazione.
Ciò che emerge nel caso di Wikipedia non è semplicemente un metodo, ma una metafisica implicita, una vera e propria teologia negativa che, pur dichiarandosi neutrale, assume come dogma non negoziabile l’impossibilità del soprannaturale e della verità rivelata, trasformando così la fede vissuta di miliardi di persone in oggetto di studio esterno, ridotto a prodotto culturale o a residuo arcaico.
Per un cattolico il problema non è che esistano studiosi che leggono la Genesi come mito o Yahvè come divinità sincretica, ma che questa lettura venga imposta come “descrizione fattuale”, mentre la comprensione credente venga etichettata come leggenda o tradizione non storica, in un rovesciamento che tradisce la pretesa stessa di neutralità.
Siamo di fronte a un nuovo magistero, non fondato sulla successione apostolica ma sugli algoritmi, non espresso in encicliche ma in voci apparentemente impersonali, che forma le coscienze molto più efficacemente di quanto facciano oggi molte prediche o catechesi.
Se, come insegna il Concilio Vaticano II, la Rivelazione è un evento reale nella storia e non un mito tra i miti, allora accettare passivamente che l’enciclopedia “di default” del mondo presenti la fede come una narrazione simbolica tra le altre significa rinunciare a una battaglia decisiva sul piano culturale.
Questa vicenda mostra quanto sia urgente, per i cattolici, non solo denunciare le distorsioni, ma anche formare fedeli capaci di discernere, di comprendere la differenza tra metodo scientifico e ideologia, tra critica legittima e riduzionismo, e di costruire spazi culturali alternativi in cui la ragione non sia amputata della sua apertura al Mistero.
Perché quando pochi editor invisibili diventano, di fatto, i “sommi sacerdoti” della conoscenza globale, non siamo più davanti a una semplice enciclopedia collaborativa, ma a una nuova forma di potere spirituale, tanto più pericolosa quanto meno riconosciuta come tale.
