Ci sono allenatori che vincono coppe e scudetti, e ci sono allenatori che vincono qualcosa di più prezioso: l’anima del calcio. Zdenek Zeman appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Il “Boemo” che rivoluzionò il nostro campionato con il suo credo tattico, fatto di pressing alto, difesa a zona e trame offensive incessanti, oggi appare fragile, segnato dagli ictus e dalle ischemie che lo hanno debilitato. Ma la sua grandezza resta intatta, e anzi si sublima nel ricordo e nelle parole del figlio Karel.
«Adesso è fragile, persino ipersensibile» racconta Karel, che da anni percorre lo stesso cammino del padre in panchine meno celebrate ma non meno vere. L’immagine recente, postata sui social, li ritrae insieme in acqua a Mazara del Vallo: non più il “mister” inflessibile e silenzioso, ma un uomo che trova gioia nello sguardo della nipotina Gioia, tre anni. È il ritratto più autentico di Zeman: dietro il volto di ghiaccio, da sempre, un cuore dolcissimo.
Nella carriera di Zeman c’è un paradosso che lo rende unico: non ha vinto molto, ma ha insegnato a tutti. Le sue squadre — dal Foggia dei miracoli alla Roma spettacolare di metà anni Novanta — hanno rappresentato un’idea di calcio pura, senza compromessi, lontana anni luce dal “primo non prenderle” che ha dominato le nostre cronache. Non era un semplice allenatore: era un profeta che denunciava le storture del sistema, dalle pratiche farmaceutiche sospette alle logiche di potere che ne avvelenavano la credibilità.
Non stupisce, allora, che Massimo Moratti avesse pensato a lui per l’Inter, né che molti presidenti abbiano sognato di affidargli le proprie squadre salvo poi tirarsi indietro, frenati da quel carattere scomodo che non scendeva a patti. «Per altri motivi non era possibile», ammette Karel citando i tanti incontri mancati.
Oggi, il figlio raccoglie il testimone con orgoglio e con una frase che pesa come un’eredità spirituale: «Papà mi dice: adesso che io sono fermo, dimostra che sei tu il vero Zeman». È un incoraggiamento ma anche una consegna: portare avanti non solo un mestiere, ma un’idea, un’etica, un amore per il gioco che resiste a tutto.
Nella voce di Karel c’è anche la memoria di un padre affettuoso, lontano dall’immagine algida restituita dai campi: «Per me è sempre stato l’eroe, il compagno di giochi ideale». E il ricordo tenero di quel giorno in cui il Boemo disse per la prima volta «bravo» al figlio: non dopo una vittoria in panchina, ma il giorno della laurea. Perché, in fondo, Zeman ha sempre dato più valore alla sostanza che alla forma, più alla crescita dell’uomo che ai trofei.
Oggi che il tempo ne mostra la vulnerabilità, resta il monumento morale e sportivo di un allenatore che non si è mai piegato, che ha sfidato i giganti del potere e ha lasciato un segno indelebile in chiunque abbia visto giocare le sue squadre. Zdenek Zeman non è stato “uno dei tanti”: è stato, ed è, il simbolo di un calcio che osa, che attacca, che sogna.
Il Boemo fragile, sì. Ma eterno.
