Mentre i viaggi verso altri stati per accedere all’interruzione di gravidanza sono in calo negli Stati Uniti, il ricorso ai farmaci abortivi inviati per posta è in forte aumento, spingendo verso l’alto il numero complessivo di aborti a livello nazionale. A rivelarlo sono i dati più recenti analizzati da specialisti e organizzazioni pro-life, che evidenziano una trasformazione radicale nel modo e nel luogo in cui si accede a queste pratiche a seguito della sentenza Dobbs. Nonostante il ripristino della facoltà dei singoli stati di tutelare la vita nascente, l’espansione della telemedicina e della distribuzione postale di pillole abortive sta vanificando il calo degli interventi presenziali.
I dati diffusi dal Guttmacher Institute mostrano che nei primi tre mesi del 2026 si sono registrati 296.130 aborti, rispetto ai 292.590 dello stesso periodo del 2025, segnando un incremento di oltre l’un per cento. Secondo Michael New, ricercatore presso il Charlotte Lozier Institute e docente alla Catholic University of America, questo aumento continuo non sta ricevendo l’attenzione mediatica che meriterebbe. Lo studioso attribuisce la crescita alla mancanza di misure federali severe contro la somministrazione di sostanze abortive tramite la telemedicina, rilevando la frustrazione dei movimenti pro-life nei confronti dell’assenza di interventi da parte dell’amministrazione Trump su questo fronte.
Il calo dei viaggi interstatali, scesi di circa l’otto per cento tra il 2024 e il 2025, è direttamente legato alla diffusione dei servizi a distanza. Isaac Maddow-Zimet del Guttmacher Institute ha confermato che si sta verificando un cambiamento sistemico, mentre New ha evidenziato come i dati della Society for Family Planning indichino che circa il 27 per cento di tutti gli aborti negli Stati Uniti avviene ormai via telemedicina. Anche in contesti rigorosi come la Florida o il Texas la dinamica è complessa: se da un lato la legge sul battito cardiaco in Florida ha triplicato i viaggi dei residenti verso l’esterno, dall’altro l’aumento dell’offerta postale ha ridotto la mobilità in stati come il Texas del 19 per cento.
Di fronte a quello che definiscono un vero e proprio “Far West” dei farmaci via posta, i gruppi pro-life chiedono a gran voce uno standard minimo nazionale per la protezione della vita nascente. Kelsey Pritchard, portavoce di Susan B. Anthony Pro-Life America, ha sottolineato che la difesa del concepito non può dipendere dal codice postale e ha espresso forte preoccupazione per la stima di 1,1 milioni di aborti all’anno, un dato superiore a quello registrato al momento della revoca di Roe v. Wade. Pritchard ha inoltre denunciato i rischi per le donne e le minori, esposte a pressioni o alla somministrazione incontrollata di pillole acquistate online da parte di malintenzionati senza alcuna verifica d’identità.
Alla preoccupazione per la salute delle madri si aggiunge lo scetticismo sui numeri effettivi. Kristi Hamrick, portavoce di Students for Life, ha messo in discussione l’affidabilità delle statistiche diffuse dall’industria dell’aborto, ricordando che negli Stati Uniti non esiste un obbligo nazionale di rendicontazione. Il passaggio dalle strutture fisiche ai venditori di pillole online rende infatti sempre più difficile il tracciamento reale del fenomeno. In risposta a questo scenario, il movimento pro-life continua a promuovere la stretta regolamentazione della vendita di sostanze abortive, affiancando all’azione politica il sostegno concreto alle donne attraverso i centri di aiuto alla gravidanza e le case di accoglienza per le madri.
GIUSEPPE CANISIO
