La recente ondata di riconoscimenti unilaterali dello Stato palestinese da parte di diversi Paesi occidentali, tra cui Francia, Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo, solleva serie preoccupazioni in merito alla legittimità e all’efficacia di tali decisioni nel contesto del processo di pace mediorientale.
Israele ha respinto in modo categorico queste dichiarazioni, sottolineando come esse non solo non promuovano la pace, ma contribuiscano a destabilizzare ulteriormente una regione già profondamente segnata da decenni di conflitti, terrorismo e tensioni geopolitiche.
Il riconoscimento dello Stato palestinese in assenza di un accordo bilaterale rappresenta una deviazione pericolosa dai principi fondamentali del diritto internazionale, che si fonda sul rispetto della sovranità, della sicurezza e del dialogo tra le parti.
Riconoscere uno Stato che non ha confini definiti, che non esercita un controllo territoriale unificato, che è politicamente diviso tra l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e il gruppo terroristico Hamas a Gaza, significa legittimare unilateralmente un’entità che non ha ancora dimostrato né la capacità né la volontà di vivere in pace accanto a Israele.
Questa mossa svilisce i tentativi di negoziazione e alimenta un clima di sfiducia reciproca, offrendo alla dirigenza palestinese un premio diplomatico senza aver fatto alcuna concessione o reale passo verso il riconoscimento dello Stato di Israele, che continua a essere negato da ampie frange del panorama politico palestinese.
Inoltre, tali riconoscimenti ignorano volutamente le preoccupazioni di sicurezza di Israele, un Paese che da anni è bersaglio di attacchi missilistici, attentati suicidi e campagne di delegittimazione a livello internazionale.
Il processo di pace non può essere imposto dall’esterno né può essere oggetto di azioni simboliche scollegate dalla realtà sul campo: esso richiede coraggio, compromesso e dialogo diretto tra israeliani e palestinesi.
Qualsiasi soluzione duratura può nascere solo da negoziati bilaterali basati sul principio di due popoli per due Stati, ma con garanzie reciproche di sicurezza, riconoscimento e coesistenza pacifica.
Premiare l’unilateralismo rischia di rafforzare le posizioni più estremiste e indebolire coloro, da entrambe le parti, che continuano a credere in una soluzione negoziata.
Israele ha sempre dimostrato, nei momenti più difficili, di essere pronto al compromesso, come dimostrano i ritiri da territori contesi e gli accordi di pace firmati in passato con Egitto e Giordania. Ma ogni concessione richiede una controparte credibile e affidabile, cosa che oggi l’Autorità Palestinese non rappresenta pienamente.
In questo quadro, il riconoscimento unilaterale non è un passo verso la pace, bensì una scorciatoia diplomatica che complica il percorso negoziale e delegittima la necessità di responsabilità condivisa. La comunità internazionale dovrebbe sostenere il dialogo, non sostituirsi ad esso; dovrebbe incentivare riforme e responsabilità all’interno della leadership palestinese, non consolidare lo status quo e l’illusione che si possa ottenere uno Stato senza scendere a patti. La pace, per essere reale e duratura, deve essere costruita insieme, non imposta da chi osserva da lontano senza subire le conseguenze delle proprie decisioni.
Angelica La Rosa
