Il 23 marzo 1987 segna una data significativa nella storia della televisione contemporanea: negli Stati Uniti viene trasmessa la prima puntata di Beautiful, destinata a diventare una delle soap-opera più longeve e seguite al mondo. Con il passare degli anni, la serie ha conquistato milioni di spettatori anche in Europa, Italia compresa, entrando stabilmente nelle abitudini quotidiane di intere generazioni. Tuttavia, al di là del successo mediatico e della sua indubbia capacità narrativa, è necessario interrogarsi criticamente sui contenuti e sui messaggi che essa veicola, specialmente da un punto di vista cattolico.
Sin dalle sue origini, Beautiful ha costruito la propria trama attorno a intrecci sentimentali complessi, spesso segnati da relazioni instabili, tradimenti, rivalità familiari e passioni disordinate. Il matrimonio, che nella visione cattolica è un sacramento sacro e indissolubile, viene frequentemente rappresentato come un vincolo fragile, facilmente dissolvibile e rinnovabile a seconda dei desideri individuali. I personaggi si sposano e si risposano più volte, spesso con partner diversi all’interno dello stesso nucleo familiare, generando una visione relativistica e banalizzata dell’unione coniugale.
Questa rappresentazione continua e normalizzata dell’infedeltà coniugale costituisce uno degli aspetti più problematici. L’adulterio, anziché essere mostrato come una ferita morale e spirituale, viene spesso trattato come un elemento narrativo ordinario, quasi inevitabile, talvolta persino giustificato dalle circostanze emotive dei protagonisti. In tal modo, lo spettatore rischia di essere progressivamente desensibilizzato rispetto alla gravità del peccato, interiorizzando una concezione distorta dell’amore, ridotto a sentimento mutevole e autoreferenziale.
Un altro elemento critico riguarda la concezione della persona umana che emerge dalla serie. I personaggi sono spesso guidati da ambizione, desiderio di potere, vendetta o piacere personale, mentre raramente si assiste a un autentico percorso di conversione, pentimento o crescita morale. La dimensione spirituale è pressoché assente, come se la vita dell’uomo potesse essere compresa e vissuta pienamente senza alcun riferimento a Dio, alla verità o al bene oggettivo. Questa visione antropocentrica e secolarizzata contrasta profondamente con l’antropologia cristiana, che riconosce nell’uomo una creatura chiamata alla santità e alla comunione con il Creatore.
La famiglia, nucleo fondamentale della società secondo la dottrina cattolica, viene anch’essa rappresentata in modo distorto. Piuttosto che luogo di stabilità, educazione e amore ordinato, essa appare spesso come teatro di conflitti, intrighi e divisioni. I legami di sangue vengono subordinati a interessi personali o passioni momentanee, e i figli crescono in contesti affettivi instabili, privi di punti di riferimento solidi. Ciò contribuisce a diffondere una visione pessimistica e disgregata della famiglia, in contrasto con il suo ruolo naturale e soprannaturale.
Non meno problematica è la continua esaltazione del lusso, della bellezza esteriore e del successo materiale. Ambientata nel mondo della moda e dell’alta società, Beautiful propone un modello di vita centrato sull’apparenza, sulla ricchezza e sul prestigio sociale. In questa prospettiva, i valori evangelici della povertà, dell’umiltà e della carità risultano completamente oscurati. Il rischio è quello di alimentare negli spettatori un desiderio disordinato di beni materiali e un’insoddisfazione permanente rispetto alla propria condizione.
Dal punto di vista morale, la narrazione tende spesso a sfumare la distinzione tra bene e male. I personaggi negativi non sono chiaramente identificati come tali, e le loro azioni non ricevono sempre una giusta conseguenza. Al contrario, si assiste talvolta a una giustificazione implicita del male, presentato come comprensibile o inevitabile. Questo relativismo morale è particolarmente insidioso, poiché mina alla radice la capacità di giudizio etico dello spettatore, soprattutto dei più giovani o di coloro che non possiedono una solida formazione.
Un’ulteriore riflessione riguarda il tempo e l’attenzione che una soap-opera di questo tipo richiede. La sua struttura seriale, basata su una narrazione potenzialmente infinita, può indurre una forma di dipendenza, sottraendo tempo prezioso alla preghiera, alla vita familiare, alla lettura edificante o ad attività spiritualmente più fruttuose. Senza demonizzare il mezzo televisivo in sé, è però necessario esercitare un discernimento prudente nell’uso del proprio tempo, evitando che esso venga assorbito da contenuti che non edificano l’anima.
Ciò non significa negare ogni valore artistico o narrativo alla serie. Beautiful ha saputo costruire personaggi memorabili, intrecci avvincenti e una produzione di alto livello tecnico. Tuttavia, proprio per la sua vasta diffusione e il suo impatto culturale, essa porta con sé una responsabilità significativa. Quando un prodotto mediatico entra così profondamente nella vita quotidiana delle persone, esso contribuisce inevitabilmente a plasmare mentalità, atteggiamenti e valori.
Alla luce di queste considerazioni, un cattolico è chiamato a esercitare un giudizio critico e consapevole. Non si tratta necessariamente di un rifiuto assoluto, ma di una fruizione vigilante, capace di riconoscere gli elementi contrari alla morale cristiana e di non lasciarsene influenzare. In un’epoca segnata da una crescente confusione etica e spirituale, diventa sempre più urgente riscoprire il primato della verità, della bellezza autentica e del bene, orientando anche le scelte culturali verso ciò che eleva l’anima e conduce a Dio.
LEONARDO MOTTA
