L’agenzia AsiaNews ha pubblicato un interessante reportage di Vladimir Rozanskij dalla Crimea, regione ucraina annessa alla Federazione russa nel Maggio 2014, in cui racconta delle difficoltà incontrate da circa un milione di russi che si sono trasferiti su spinta del Cremlino soprattutto dalle regioni a nord, oltre che da Mosca e San Pietroburgo.
Inizialmente attirati dalla prospettiva di vivere sul mare, in un clima più temperato rispetto al gelo invernale e l’afa estiva che caratterizza il clima continentale della Russia e anche dagli incentivi statali, si sono presto resi conto che la realtà era ben diversa da quella loro prospettata, al punto che – scrive Rozanskij – solo due russi su dieci rimangono.
La disillusione per i nuovi coloni arriva quando scoprono che gli stipendi in Crimea sono più bassi di quelli del resto del Paese – l’equivalente di circa 400 euro al mese; un po’ di più nel capoluogo Sebastopoli -, che non è facile trovare casa o lavoro e soprattutto che la mentalità dei crimeani è diversa e spesso ostile.
Molti autoctoni della Crimea infatti si aspettano si tornare prima o poi a far parte dell’Ucraina e non vedono di buon occhio l’”invasione” di quelli che sono considerati degli stranieri, il cui arrivo ricorda loro tra l’altro la politica staliniana di deportazioni forzate di gruppi etnici e popolazione da una parte all’altra dell’Unione sovietica.
A peggiorare la situazione il fatto che la Crimea, secondo quanto raccontano i nuovi residenti, sembra ferma agli Novanta, quelli durissimi seguiti al disfacimento dell’Urss, mentre ben l’11,4% dei crimeani vive sotto la soglia della povertà. Insomma un quadro ben diverso da quello idilliaco dipinto dal Cremlino e che non potrà cambiare a breve considerate le condizioni economiche di Mosca, impoverita dalla sanzioni e dai costi di una guerra che dura da quattro anni.
Per Vladimir Putin la Crimea è un punto fermo per la sua politica di espansione nei territori dell’ex Urss ma non sembra aver fatto i conti con una realtà che si è cominciata a manifestare da prima dell’inizio della guerra in Donbass e che probabilmente si ripresenterà anche nei territori attualmente contesi del Luhansk e Donetsk nel caso restino a far parte della Federazione.
Del resto anche Kiev dovrà affrontare problemi analoghi nel caso riuscisse a riconquistare almeno parte dei territori in mano russa, presumibilmente abitati ormai prevalentemente da russi, poco bendisposti verso l’Ucraina dopo anni di bombardamenti e distruzioni.
Tuttavia grazie all’appoggio dell’Occidente e ai soldi dell’Europa la ricostruzione in questo caso potrebbe essere più veloce e il tenore di vita migliore e questo potrebbe appianare molte tensioni, sempre che il governo di Kiev metta da parte il nazionalismo e mostri di volere una pacificazione con la minoranza russa, tenendo contemporaneamente sotto controllo la corruzione dilagante.
Pietro Licciardi
Foto di Дмитро Крутіков da Pixabay
