Il 27 dicembre 1985 il mondo della scienza e della tutela ambientale fu scosso dalla tragica notizia della morte di Dian Fossey, la naturalista statunitense che aveva dedicato la propria vita allo studio e alla difesa dei gorilla di montagna nelle foreste del Ruanda, dove venne trovata brutalmente uccisa nella sua capanna del centro di ricerca di Karisoke, tra i vulcani Virunga, un luogo che per lei rappresentava non solo un avamposto scientifico ma una vera e propria casa spirituale.
Fossey, nata nel 1932 a San Francisco, era diventata celebre per il suo lavoro pionieristico iniziato alla fine degli anni Sessanta, quando, ispirata anche da Louis Leakey, si immerse per anni nella vita dei gorilla, riuscendo a osservarli da vicino grazie a un metodo paziente e rispettoso che le permise di instaurare con loro un rapporto unico, rivoluzionando la conoscenza del loro comportamento sociale e sfatando il mito del gorilla aggressivo per restituirne l’immagine di animale intelligente, pacifico e profondamente legato al gruppo.
La sua battaglia più dura fu però contro il bracconaggio e la distruzione dell’habitat, che la portarono a scontrarsi con interessi locali e traffici illegali, rendendola una figura tanto carismatica quanto controversa, e proprio questo contesto alimentò il mistero che ancora oggi avvolge il suo assassinio, rimasto irrisolto nonostante indagini e sospetti che nel tempo hanno coinvolto bracconieri, collaboratori e varie ipotesi mai definitivamente provate.
La morte di Dian Fossey segnò simbolicamente il prezzo altissimo pagato da chi sceglie di difendere la natura in prima linea, ma non spense il suo messaggio, che continuò a vivere attraverso il libro autobiografico “Gorillas in the Mist”, in cui raccontava con passione la sua esperienza tra i gorilla e denunciava le minacce che incombevano su di loro, e soprattutto attraverso il film del 1988 a lei dedicato, “Gorilla nella nebbia – La storia di Dian Fossey”, interpretato da Sigourney Weaver, la cui intensa performance contribuì a far conoscere al grande pubblico la figura della scienziata, il suo carattere forte e talvolta intransigente, la bellezza selvaggia delle foreste africane e il legame profondo con gli animali che aveva scelto di proteggere, trasformando la sua vicenda personale in un potente racconto di impegno, solitudine, amore per la natura e sacrificio.
Oggi, a quarant’anni da quel 27 dicembre, Dian Fossey resta un simbolo della conservazione, e il suo lavoro ha lasciato un’eredità concreta nella tutela dei gorilla di montagna, il cui numero è lentamente aumentato grazie anche alle ricerche e alla sensibilizzazione che lei ha avviato, mentre la sua storia continua a ricordare al mondo che la difesa degli ecosistemi e delle specie più vulnerabili non è solo una questione scientifica, ma una scelta etica che può richiedere coraggio estremo e, come nel suo caso, il dono della propria vita.
