Isituita nel 2018 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la Giornata Internazionale dell’Educazione che si celebra il 24 gennaio di ogni anno intende riconoscere l’istruzione come diritto fondamentale.
Il tema del 2026, “Il potere dei giovani nel co‑creare l’educazione”, vuole richiamare l’attenzione sul ruolo attivo delle nuove generazioni nella progettazione e nel miglioramento dei sistemi educativi. L’obiettivo è valorizzare la partecipazione dei giovani come protagonisti del cambiamento e portatori di nuove idee, linguaggi e prospettive per rendere l’istruzione più innovativa e inclusiva.
Nella Giornata Internazionale dell’Educazione, mentre si celebrano giustamente il diritto allo studio e l’importanza della formazione, è doveroso interrogarsi con franchezza su ciò che la scuola è diventata e su ciò che ha smesso di essere, soprattutto in Italia, dove per secoli l’educazione è stata inseparabile da una visione cristiana dell’uomo e del mondo, perché la scuola non è mai stata soltanto un luogo di trasmissione di nozioni, ma uno spazio in cui si formavano coscienze, caratteri e anime.
Oggi invece assistiamo a un sistema scolastico che, in nome di una presunta neutralità, ha progressivamente espulso la fede cattolica relegandola a fatto privato, come se la dimensione spirituale fosse un ingombro o, peggio, una minaccia, e così facendo ha impoverito l’educazione stessa, riducendola a un addestramento tecnico e funzionale, privo di un orizzonte di senso ultimo.
Il laicismo dominante, che non va confuso con una sana laicità, ha imposto una visione dell’uomo frammentata e relativista, in cui non esistono più verità da cercare ma solo opinioni da tollerare, e in cui il bene e il male vengono diluiti in un’etica fluida e contrattabile, lasciando i giovani disarmati di fronte alle grandi domande della vita, della sofferenza, della morte, dell’amore e della responsabilità.
Fino a qualche decennio fa si è sempre sostenuto l’idea di un’educazione integrale, capace di armonizzare ragione e fede, libertà e verità, sapere e sapienza, mentre la scuola attuale sembra temere qualsiasi riferimento trascendente, come se nominare Dio significasse automaticamente violare qualcuno, dimenticando che cancellare le radici cristiane della cultura italiana non rende la scuola più inclusiva, ma più amnesica e fragile.
Si parla molto di valori, ma si evita accuratamente di dire da dove essi provengano e su cosa si fondino, e così la scuola finisce per proporre un moralismo astratto, privo di radici e di forza, incapace di educare davvero alla responsabilità personale e al sacrificio.
In questo vuoto si insinuano ideologie passeggere, mode culturali e slogan, che vengono spesso presentati come indiscutibili, mentre la fede cattolica, che per secoli ha ispirato arte, scienza, diritto e pedagogia, viene trattata come un residuo del passato da tollerare solo ai margini.
Questa esclusione non è una conquista di libertà, ma una perdita drammatica, perché una scuola che rinuncia a parlare di Dio rinuncia anche a parlare pienamente dell’uomo, della sua dignità trascendente e del suo destino, e così, nel tentativo di essere neutra, diventa povera, incapace di offrire ai giovani non solo competenze, ma ragioni per vivere, sperare e costruire il futuro.
MATTEO ORLANDO
