L’affermazione “Gesù era palestinese”, tornata ciclicamente nel dibattito pubblico e amplificata dai social, non regge a un’analisi storica rigorosa e finisce per essere una forzatura ideologica che proietta categorie contemporanee su un contesto antico del tutto diverso, perché Gesù di Nazareth fu storicamente, culturalmente e religiosamente un ebreo vissuto all’interno del mondo ebraico del I secolo e non può essere retroattivamente trasformato in ciò che oggi intendiamo come “palestinese”.
Gesù nacque, visse e morì come ebreo: fu circonciso secondo la Legge mosaica, frequentò il Tempio di Gerusalemme, celebrò le festività ebraiche, citò e interpretò la Torah e i Profeti, si mosse all’interno delle correnti religiose del giudaismo del suo tempo e parlò a un pubblico ebraico, condividendone lingua, simboli, riferimenti e attese messianiche.
I Vangeli stessi, che sono testi religiosi ma anche fonti storiche, non lasciano spazio a dubbi su questo punto, così come le fonti extra-cristiane come Giuseppe Flavio e Tacito, che collocano Gesù all’interno della Giudea romana come predicatore ebreo messo a morte dalle autorità imperiali.
L’argomento secondo cui Gesù sarebbe “palestinese” perché nato a Betlemme, oggi situata nei Territori palestinesi, confonde deliberatamente la geografia politica attuale con quella antica: al tempo di Gesù non esisteva alcuna entità chiamata Palestina, ma una regione organizzata dai Romani nelle province di Giudea, Galilea e Samaria, nomi attestati da fonti letterarie, epigrafiche e numismatiche, come dimostrano le monete romane con la dicitura “Iudaea capta”.
Il termine “Syria Palaestina” comparve solo dopo il 135 d.C., quasi un secolo dopo la morte di Gesù, quando l’imperatore Adriano, in seguito alla rivolta di Bar Kokhba, decise di cancellare simbolicamente il nome della Giudea per indebolire il legame degli ebrei con quella terra, adottando una denominazione ispirata ai Filistei, un popolo dell’antichità che nulla aveva a che fare con gli arabi palestinesi moderni.
Attribuire a Gesù un’identità palestinese in senso etnico o nazionale significa dunque applicare una categoria nata nel Novecento a una realtà del I secolo, commettendo un evidente anacronismo storico.
Anche dal punto di vista religioso, l’ebraicità di Gesù è riconosciuta tanto dall’ebraismo quanto dall’islam: per l’ebraismo Gesù fu un ebreo osservante, seppur non riconosciuto come Messia, mentre per l’islam è uno dei grandi profeti, nato da Maria, ma sempre inserito nella tradizione monoteista che precede Maometto, senza alcuna divinizzazione e senza che questo lo renda “palestinese” nel senso moderno del termine.
La tentazione di definire Gesù palestinese risponde più a un’esigenza simbolica e politica contemporanea che a una ricostruzione storica: si cerca di farne un’icona identitaria utile a una narrazione attuale, soprattutto nel contesto del conflitto israelo-palestinese, ma così facendo si finisce per piegare la storia a una logica propagandistica.
Gesù può parlare a credenti e non credenti, a cristiani, musulmani ed ebrei, e può essere assunto come simbolo di giustizia sociale, di uguaglianza e di critica al potere, come hanno fatto pensatori, artisti e intellettuali laici e socialisti, senza bisogno di trasformarlo in ciò che non fu.
Dire che Gesù non era palestinese significa semplicemente riconoscere che la storia non è un serbatoio di slogan da usare a piacimento: Gesù era un ebreo della Giudea romana, vissuto in un mondo segnato dall’occupazione imperiale, dalle tensioni sociali e religiose e dalle attese messianiche del suo popolo, e solo partendo da questa verità storica è possibile comprendere davvero la portata del suo messaggio e il motivo per cui, a distanza di duemila anni, continua a essere conteso, reinterpretato e spesso strumentalizzato.
