di Giuseppe Gagliano
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GLI STATI NON HANNO MAI CESSATO DI PERSEGUIRE I LORO INTERESSI STRATEGICI
Si parla oggi del “ritorno” della politica di potenza, come se fosse un concetto archiviato nei manuali di storia. Ma la verità è che essa non è mai scomparsa. È stata piuttosto rimossa dal linguaggio politico e giornalistico, sostituita da formule più rassicuranti: “cooperazione internazionale”, “multilateralismo”, “ordine liberale basato sulle regole”.
Una narrativa che ha permesso a molte classi dirigenti occidentali di dipingere il mondo come una grande comunità regolata dal diritto, minimizzando l’uso della forza. In realtà, dietro le quinte, gli Stati hanno continuato a perseguire interessi strategici, a fare ricorso alla coercizione economica e, quando necessario, a usare le armi.
L’Alaska come simbolo
L’incontro tra Trump e Putin ad Anchorage non rappresenta quindi la “resurrezione” della politica di potenza, ma piuttosto la sua rivelazione. L’Alaska, antico possedimento russo, diventa il palcoscenico ideale per ricordare che il mondo è ancora dominato dalle logiche del potere. Non si tratta di un ritorno al passato, bensì della fine dell’illusione che quelle logiche potessero essere sostituite da una diplomazia puramente normativa.
In questa illusione l’Europa è caduta più di tutti. Convinta che la globalizzazione avesse soppiantato la geopolitica, ha immaginato che il commercio fosse sufficiente a neutralizzare i conflitti. Si è dedicata con entusiasmo a progetti interni – il mercato unico, la transizione ecologica, la governance finanziaria – trascurando la realtà dura e semplice che Mosca, Washington e Pechino non hanno mai smesso di ragionare in termini di forza e di interessi vitali. Oggi che i carri armati e i missili tornano protagonisti, l’Europa appare smarrita, incapace di accettare che la politica di potenza non era mai uscita di scena.
La Russia come contraltare
Dal canto suo, la Russia ha mantenuto costantemente una lettura di politica di potenza. L’annessione della Crimea, l’intervento in Siria, la richiesta di riconoscere aree ucraine come parte integrante della Federazione non sono anomalie improvvise, ma tappe di un disegno coerente. La Russia non si è mai adeguata alla “political correctness” occidentale, né ha mai fatto finta che il diritto internazionale potesse sostituire la logica della forza. Questo spiega perché oggi appaia più preparata e meno sorpresa dalla nuova fase di confronto globale.
Anche gli Stati Uniti, nonostante la retorica sulla democrazia e i diritti umani, hanno sempre esercitato la politica di potenza. Le guerre in Iraq e Afghanistan, l’espansione della Nato, l’uso sistematico delle sanzioni economiche, mostrano che Washington non ha mai rinunciato al primato della forza. Semmai, l’ha ammantato di giustificazioni morali. L’attuale amministrazione, gravata da problemi economici e debito crescente, cerca ancora di adattare questa politica alle nuove condizioni, senza mai metterla in discussione.
La verità scomoda
Il mito della scomparsa della politica di potenza nasce dunque da un autoinganno occidentale, utile per alimentare l’idea di vivere in un ordine pacifico e regolato. Ma oggi la realtà si impone. La guerra in Ucraina, il confronto nel Mar Cinese Meridionale, le nuove alleanze energetiche e militari mostrano che la forza rimane la lingua principale della politica internazionale. Non si tratta di un “ritorno”, ma della fine di una rimozione durata trent’anni.
Non c’è un nuovo 1938 alle porte, né un’improvvisa caduta dell’ordine liberale: c’è semplicemente il riconoscimento che la politica di potenza non è mai morta. È stata ignorata o nascosta per convenienza politica e mediatica. Ora, di fronte alla realtà, gli Stati devono adattarsi a un mondo in cui contano la deterrenza militare, il controllo delle risorse e la capacità di proiezione strategica. La differenza è che oggi questa verità non può più essere nascosta dietro formule rassicuranti. E l’Europa, più di tutti, deve fare i conti con la fine delle illusioni.
