Negli ultimi giorni il leader della Lega, Matteo Salvini, ha riacceso il dibattito sulla sicurezza e sull’uso della forza da parte delle forze dell’ordine dopo la tragica sparatoria avvenuta a Milano, dove un poliziotto ha ucciso un 28enne che gli ha puntato contro una pistola rivelatasi poi a salve durante un’operazione antidroga nel quartiere di Rogoredo.
L’agente è stato poi interrogato e risulta indagato nell’ambito delle normali procedure investigative per ricostruire i fatti, come avviene in questi casi, mentre il governo lavora a misure legislative specifiche per tutelare gli operatori di polizia.
Salvini ha commentato la vicenda con un post sul suo profilo social sottolineando che nel nuovo pacchetto sicurezza è stata inserita una norma che, a suo dire, dovrebbe evitare che gli agenti vengano automaticamente iscritti nel registro degli indagati dopo essersi difesi nell’esercizio delle loro funzioni, affermando di stare “col poliziotto” e criticando l’attuale automaticità delle indagini in questi casi.
Questa proposta si inserisce in un filone di riflessione politica e normativa che negli ultimi anni ha visto confrontarsi diversi ordinamenti sul tema della tutela legale degli agenti e su come bilanciare la necessità di garantire sicurezza pubblica con il controllo giudiziario sull’uso della forza.
In Italia oggi la disciplina della legittima difesa è parte del codice penale e si basa su criteri di proporzionalità e imminenza della minaccia, ma non esiste una vera e propria immunità automatica per agenti: ogni uso della forza letale da parte di forze dell’ordine è soggetto a verifiche e, se necessario, a indagini penali.
In altri ordinamenti il tema è affrontato in modi diversi. Nei paesi di common law come Regno Unito e Stati Uniti la self-defence o l’uso della forza da parte di agenti o privati è spesso regolato da principi di diritto consolidati che non prevedono necessariamente l’obbligo di ritirarsi prima di difendersi, e valutano caso per caso se la forza impiegata sia stata “ragionevole” nelle circostanze percepite dall’agente o dal privato.
Negli Stati Uniti, in particolare, esistono leggi come il Law Enforcement Officers Safety Act che garantiscono agli agenti qualificati e ai pensionati la possibilità di portare armi in circostanze specifiche, ma non esentano automaticamente dalla responsabilità penale in caso di uso letale della forza; la giustificazione dipende sempre dall’interpretazione dei fatti e della percezione del pericolo da parte dell’agente.
In paesi europei come Francia, Germania o Spagna, la legge prevede che l’uso della forza sia giustificato solo se necessario per respingere una minaccia immediata e proporzionato alla gravità dell’attacco, e non esistono scuole di immunità totali: tuttavia, in alcuni casi l’ordinamento contempla esimenti o attenuanti che tengono conto della percezione soggettiva della minaccia o dell’errore nel valutare la proporzione della difesa.
Il confronto internazionale mostra quindi approcci diversi: da un lato c’è una forte attenzione alla controllabilità giuridica delle azioni delle forze dell’ordine per garantire il rispetto dei diritti umani anche in situazioni di estremo pericolo, dall’altro c’è la preoccupazione politica di non lasciare gli agenti esposti a procedure investigative che possono durare anni o influenzare negativamente il loro operato quotidiano. Questo dibattito è ora al centro del confronto anche nel nostro paese, con la Lega e altri partiti che spingono per modifiche che limitino l’automatismo delle indagini come misura di tutela per gli operatori, mentre opposizioni e giuristi sottolineano l’importanza di mantenere un equilibrio tra sicurezza e rispetto dello stato di diritto.
