Il Dipartimento di Stato degli USA ha comunicato l’intenzione di revocare il visto al presidente colombiano Gustavo Petro per una sua partecipazione ad una protesta a New York.
Secondo un comunicato del Dipartimento di Stato rilanciato su X, l’amministrazione statunitense “revocherà il visto a Petro a causa delle sue azioni sconsiderate e provocatorie”, in particolare perché il presidente colombiano si sarebbe fermato in una strada di New York chiedendo ai militari americani di disobbedire agli ordini, incitando alla violenza. Gli Stati Uniti considerano questo comportamento incompatibile con il regime di concessione di visti a leader stranieri.
L’amministrazione Trump considera questa decisione come un’azione necessaria per difendere l’autorità dello Stato, il rispetto delle istituzioni e la propria sovranità.
In tale prospettiva conservatrice, è assolutamente inaccettabile – e politicamente pericoloso — che un capo di Stato straniero, visitando il territorio americano, si arroghi il diritto di “additare” le forze armate statunitensi con richieste d’insubordinazione o disobbedienza. Se ammessa, una simile condotta compromette i principi fondamentali su cui si regge l’ordine diplomatico internazionale: il rispetto della sovranità, il riconoscimento delle gerarchie statuali e la parità nelle relazioni tra le nazioni.
Gli analisti conservatori sottolineano che la misura è anche un segnale forte verso altri leader o movimenti che potrebbero essere tentati di usare il suolo americano come palcoscenico per manifestazioni anti‑USA con richiami alla disobbedienza. In tale chiave, il ritiro del visto a Petro diventa non soltanto una punizione specifica, ma un deterrente visibile: nessun capo di Stato può entrare sul territorio statunitense e intervenire in modo diretto contro le forze armate o le istituzioni degli Stati Uniti senza pagarne un costo diplomatico significativo.
C’è da dire che la decisione è giunta in un contesto già teso: i rapporti tra Washington e Bogotá avevano già attraversato momenti critici nei mesi precedenti, in particolare quando Petro aveva rifiutato l’atterraggio di aerei statunitensi con cittadini colombiani deportati dagli USA, sostenendo che i connazionali non dovessero essere trattati come criminali e reclamando un “protocollo dignitoso” per il rimpatrio.
In risposta a quell’atteggiamento, l’amministrazione statunitense aveva minacciato dazi, revoca di visti e restrizioni commerciali. In effetti, centinaia di appuntamenti per visti negli USA sono stati cancellati in Colombia durante il braccio di ferro diplomatico.
Petro stesso aveva detto in aprile di credere che gli fosse stato tolto il visto, con commenti pungenti contro Trump (“I’ve seen Donald Duck several times”), mostrandosi ccome una figura incline alla retorica antagonista nei confronti del potere americano.
Naturalmente, dal versante pro Colombia si potrebbe obiettare che la revoca di un visto a un capo di Stato è una misura straordinaria che può avere contraccolpi diplomatici: rischia di acuire tensioni internazionali, di essere percepita come un gesto punitivo e di svalutare la capacità degli Stati Uniti di dialogare con governi anche critici. Inoltre, la retorica usata dalle autorità statunitensi non è neutrale: etichettare le sue azioni come “provocatorie” e “sconsiderate” riflette una scelta politica che punta a delegittimare Petro come interlocutore.
Ma nella prospettiva conservatrice prevale l’idea che lo Stato americano non debba tollerare che un leader straniero calpesti le sue istituzioni o cerchi di mobilitare forze armate statunitensi contro il proprio governo.
L’effetto pratico immediato è che Petro, qualora fosse ancora negli Stati Uniti, potrebbe dover lasciare il paese o vedersi impedito il rientro.
I rapporti diplomatici con la Colombia subirebbero un ulteriore deterioramento: Bogotá potrebbe denunciare una violazione delle norme diplomatiche, mobilitare alleati latinoamericani contro l’arroganza statunitense e lamentare un’aggressione alla dignità nazionale. D’altra parte, la mossa potrebbe rafforzare il fronte interno americano che sostiene la linea dura nelle relazioni estere: mostra che l’amministrazione Trump è disposta a imporre conseguenze anche a un presidente straniero se eccede nel contestare l’autorità statunitense.
