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Il 14 agosto 2005, 20 anni fa come ieri, Israele compì un gesto storico e politicamente doloroso: l’evacuazione forzata di oltre ottomila propri cittadini dalla Striscia di Gaza e la demolizione di tutte le colonie israeliane presenti in quel lembo di terra. Non fu un negoziato, non un compromesso bilaterale, ma un atto unilaterale, nato dalla convinzione — o forse dalla speranza — che arretrare avrebbe significato aprire la porta a una stagione di pace. L’idea era chiara: togliere ogni pretesto all’odio, dare spazio alla costruzione di un’autonomia palestinese pacifica e funzionale, ridisegnare confini più sicuri.
La storia, purtroppo, ha smentito quella speranza. Gaza non divenne un laboratorio di convivenza, ma un campo di battaglia tra fazioni palestinesi. La guerra civile tra Hamas e Fatah culminò nel 2007 con la presa di potere totale da parte di Hamas, un movimento che fin dalla nascita non ha mai nascosto il suo rifiuto di riconoscere Israele. Il vuoto politico lasciato dal disimpegno israeliano fu riempito non da istituzioni democratiche e proiettate alla cooperazione, ma da un’organizzazione armata che considera la lotta armata non una fase, ma un principio ideologico permanente.
Da allora, Gaza è diventata un fortino militare e un epicentro di lanci di razzi, tunnel sotterranei e azioni terroristiche. La retorica di Hamas non si è mai spostata verso un linguaggio di riconciliazione: la pace, per loro, non è una meta, ma un ostacolo alla realizzazione del proprio programma politico.
Oggi, a distanza di vent’anni, possiamo dire che il ritiro del 2005 ha rappresentato uno dei più tragici fraintendimenti della politica internazionale recente: credere che la sola rinuncia territoriale potesse innescare la pace. La verità è che la pace è possibile solo quando entrambe le parti la vogliono. Israele, pur tra errori e rigidità, ha compiuto quel passo. Hamas, invece, ha trasformato la Striscia in una base per la guerra perpetua.
Il 14 agosto 2005 dovrebbe restare nella memoria collettiva non solo come il giorno di un ritiro, ma come la lezione amara che il disarmo dell’odio è ben più complesso del disarmo militare. E che, finché Hamas non abbandonerà la logica della distruzione, Gaza resterà prigioniera non di un confine, ma di un’ideologia che ne soffoca ogni futuro.
Foto di copertina di hosny salah da Pixabay
