Nel dibattito internazionale sulla questione israelo-palestinese, il termine “coloni” è spesso usato in modo improprio o riduttivo, come se si trattasse di un gruppo di fanatici mossi solo da motivazioni ideologiche o religiose. In realtà, la realtà dei cosiddetti coloni israeliani è molto più complessa e radicata nella storia millenaria del popolo ebraico e del suo rapporto con la Terra d’Israele.
Gli insediamenti israeliani, comunemente definiti “colonie”, sono la manifestazione moderna del ritorno di un popolo alla propria terra ancestrale, la stessa in cui hanno vissuto i patriarchi, i profeti e dove sono sorte Gerusalemme, Hebron, Betlemme, Shiloh e tanti altri luoghi biblici che non sono invenzioni recenti, ma testimonianze viventi di un’eredità ininterrotta.
Per comprendere il fenomeno dei coloni bisogna risalire al cuore del sionismo, non come ideologia di conquista, ma come movimento di rinascita nazionale del popolo ebraico, dopo secoli di esilio, persecuzioni e genocidi culminati con la Shoah.
Il ritorno alla terra dei padri non è solo un progetto politico, ma una necessità storica e spirituale, un diritto riconosciuto anche dal diritto internazionale, se si pensa alla Dichiarazione Balfour del 1917 e al Mandato britannico sulla Palestina che prevedeva la creazione di un “focolare nazionale ebraico” in quelle stesse regioni oggi contese.
I coloni di oggi sono famiglie, lavoratori, studiosi, agricoltori, cittadini che hanno deciso di vivere nei luoghi biblici per radicare nuovamente la presenza ebraica in quelle aree che erano già abitate da ebrei fino ai pogrom arabi del XX secolo.
In Giudea e Samaria, che il linguaggio politico contemporaneo chiama “Cisgiordania”, gli insediamenti non sono un’invasione, ma la continuità della presenza storica ebraica interrotta solo dalle guerre e dalle espulsioni. La loro presenza non rappresenta una minaccia alla pace, bensì una rivendicazione di identità, un atto di fedeltà a una storia che affonda le sue radici nell’Antico Testamento e che ha modellato la civiltà occidentale.
Spesso, quando si parla di episodi come quelli della Moschea di Al-Aqsa accaduti nei giorni scorsi (quando 465 coloni hanno effettuato visite nei cortili della moschea, celebrando rituali talmudici), si dimentica che Gerusalemme è la città più sacra dell’ebraismo e che sul Monte del Tempio sorgeva il Santuario di Salomone, distrutto due volte e oggi interdetto agli ebrei, che non possono pregare liberamente nel luogo più santo della loro fede.
Parlare di “assalti” dei coloni è quindi un modo distorto di presentare il desiderio di molti israeliani di riaffermare la loro connessione spirituale e storica con la città eterna, sotto la tutela delle leggi dello Stato e delle forze di sicurezza che garantiscono l’ordine pubblico in una delle aree più sensibili del pianeta.
I coloni non sono paramilitari né invasori: sono cittadini israeliani che esercitano il diritto alla libertà religiosa e al legame con la loro terra, in un contesto segnato da tensioni e da una costante minaccia terroristica. Invece di demonizzarli, il mondo dovrebbe riconoscere che senza il radicamento ebraico nei luoghi della propria storia non esisterebbe Israele come democrazia vitale e baluardo di libertà in Medio Oriente.
La pace, se mai verrà, nascerà dal riconoscimento reciproco, non dalla cancellazione della memoria e dalla delegittimazione del diritto di un popolo di vivere nella propria terra. I coloni sono dunque il volto concreto di un Israele che non rinnega le sue origini, che difende la propria identità e che, pur tra mille difficoltà, continua a credere nel futuro.

Gesù Cristo ha identificato la Sua Persona con il tempio dichiarando che se lo avessero abbattuto Lui lo avrebbe ricostruito in tre giorni. Una allusione alla Sua Resurrezione ma anche la dichiarazione che il tempo dell’antico Israele era giunto alla fine perché si apriva la Nuova Alleanza. Nella nuova epoca non ci sarebbe stato più bisogno del Tempio perché la Sekinah di Dio, la Sua Presenza, non sarebbe più stata legata ad un solo luogo sulla terra ma si sarebbe manifestata ovunque nel mondo, ovunque si fosse celebrato il Sacrificio eucaristico. Perché ora il Vero Tempio – del quale quello di pietra era soltanto figura temporanea – è Lui, Nostro Signore Gesù Cristo. Il giudei postbiblici vogliono ricostruire il Tempio di Gerusalemme (ci provarono già sotto Giuliano l’Apostata ma non ci riuscirono, come le cronache coeve attestarono, per via di esplosioni di bolle di gas tra le fondamenta) per smentire Cristo e dichiarare che non è Lui il Messia. A fermarli, in queste intenzioni anticristiane, è oggi soltanto la presenza, un vero e proprio provvidenziale ruolo da katechon, della Cupola della Roccia, il complesso della moschea di Omar e di Al Alksa. Che i cristiani, come quelli di questo sito, non capiscano il senso anticristiano che trapela dai disegni politico-religiosi dei sionisti e dei fondamentalisti ultraortodossi giudaici è purtroppo il grave segno dell’apostasia generale che Cristo stesso ha profetizzato. E sulla sua scia anche molti santi e mistici lungo i secoli. Ad esempio san Paolo nella lettera ai Tessalonicesi.