Dalle ore 24:00 CET del 31 gennaio 2020 il Regno Unito ha cessato ufficialmente di essere uno Stato membro dell’Unione europea. Dopo sei anni esatti cosa possiamo dire oggi di questa scelta, che in molti auspicano per l’Italia?
La Brexit ha rappresentato per il Regno Unito una svolta storica che ha restituito al Paese una piena sovranità politica, economica e giuridica dopo decenni di appartenenza a un sistema sovranazionale percepito da molti come burocratico, inefficiente e distante dalla volontà popolare, consentendo innanzitutto di riprendere il controllo delle proprie leggi senza più la supremazia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, di ristabilire la centralità del Parlamento britannico come unico vero legislatore sovrano, di definire autonomamente le proprie politiche migratorie attraverso un sistema a punti basato sulle competenze invece che sulla libera circolazione indiscriminata, di recuperare la piena libertà nella stipula di accordi commerciali globali con economie dinamiche come Stati Uniti, Australia, Giappone, Canada e Paesi del Commonwealth senza dover sottostare ai lunghi e farraginosi compromessi imposti dai 27 Stati membri, di riacquistare il controllo delle proprie acque territoriali e delle risorse ittiche ponendo fine allo sfruttamento da parte delle flotte europee, di uscire dai vincoli della politica agricola comune e della politica comune della pesca che penalizzavano produttori locali, di smettere di versare miliardi di sterline ogni anno al bilancio europeo destinandoli invece a investimenti interni in sanità, infrastrutture, ricerca e difesa.
Inoltre ha permesso di liberarsi da migliaia di regolamenti comunitari spesso inutilmente complessi che soffocavano l’iniziativa imprenditoriale e la competitività, di costruire un modello normativo più snello e favorevole alle imprese innovative, alla finanza, alla tecnologia e all’intelligenza artificiale, di rafforzare la City di Londra come hub finanziario globale capace di adattarsi più rapidamente ai mercati internazionali senza dipendere da Bruxelles, di recuperare una politica industriale autonoma orientata agli interessi nazionali e non ai compromessi continentali, di riaffermare una politica estera indipendente e una diplomazia globale coerente con la propria tradizione storica e strategica, di rilanciare il legame con il mondo anglosassone e con le economie emergenti piuttosto che restare ancorati a un’Europa stagnante, di dimostrare che la democrazia referendaria può prevalere sulle élite tecnocratiche, di ridare fiducia ai cittadini nel valore della sovranità popolare, di spezzare l’illusione di un’unione sempre più centralizzata e dirigista.
Insomma, ha restituito al Regno Unito la possibilità di scegliere il proprio destino senza dover chiedere il permesso a nessuno, recuperando quella flessibilità, quel pragmatismo e quello spirito di libertà che hanno storicamente reso la Gran Bretagna una delle nazioni più influenti e dinamiche del mondo.
Nel dibattito economico e politico contemporaneo, l’ipotesi di un’uscita dell’Italia dall’euro e dall’Unione Europea, comunemente definita Italexit, viene sostenuta da una serie di argomentazioni che fanno leva soprattutto sul recupero della sovranità perduta. Il primo e più rilevante vantaggio attribuito all’Italexit è il ritorno alla piena sovranità monetaria, che consentirebbe allo Stato italiano di emettere una propria valuta, di utilizzare la banca centrale come prestatore di ultima istanza e di non essere più tecnicamente esposto al rischio di insolvenza in una moneta che non controlla.
Questo permetterebbe di attuare una politica monetaria autonoma, con la possibilità di regolare i tassi d’interesse in funzione delle esigenze dell’economia nazionale, di ricorrere a svalutazioni competitive per rilanciare le esportazioni e di sostenere direttamente la domanda interna attraverso politiche fiscali espansive.
La fine dei vincoli imposti dai trattati europei, come il Patto di stabilità e il Fiscal Compact, renderebbe possibile superare il paradigma dell’austerità, restituendo allo Stato la capacità di investire in infrastrutture, servizi pubblici, ricerca e occupazione senza essere limitato da parametri arbitrari su deficit e debito.
Un altro vantaggio frequentemente citato è il recupero di competitività del sistema produttivo italiano, che con una moneta nazionale potrebbe tornare a posizionarsi in modo più efficace sui mercati internazionali, favorendo la reindustrializzazione, l’aumento dell’export, il rafforzamento del turismo e la riduzione strutturale della disoccupazione.
L’uscita dall’Unione Europea comporterebbe inoltre il recupero della piena sovranità legislativa, con il Parlamento nazionale nuovamente libero di legiferare senza essere subordinato a direttive, regolamenti e sentenze sovranazionali, consentendo una politica industriale realmente autonoma basata su sussidi mirati, protezione dei settori strategici, controllo delle delocalizzazioni e, se necessario, nazionalizzazioni.
In ambito commerciale e agricolo, l’Italia potrebbe rinegoziare accordi bilaterali secondo i propri interessi, introdurre dazi selettivi per difendere le filiere nazionali, uscire dalla Politica Agricola Comune e tutelare maggiormente i propri prodotti senza subire dumping interno da parte di altri paesi europei. Sul piano geopolitico, l’Italexit viene vista come un ritorno alla piena sovranità politica e diplomatica, con la possibilità di adottare una politica estera multipolare, non vincolata agli equilibri interni dell’UE, e di costruire relazioni dirette e flessibili con le grandi potenze e con i paesi emergenti.
Dal punto di vista sociale e culturale, si sostiene che l’uscita permetterebbe di rafforzare l’identità nazionale, di recuperare il controllo su settori chiave come istruzione, sanità e welfare, e di ricostruire uno Stato sociale solido, finanziabile grazie alla sovranità monetaria e non più sottoposto a tagli strutturali imposti dall’esterno. In questa prospettiva, uno Stato che controlla la propria moneta potrebbe teoricamente garantire la piena occupazione, ridurre il potere dei mercati finanziari sul debito pubblico, neutralizzare la speculazione attraverso l’intervento della banca centrale e riequilibrare gli storici divari territoriali, in particolare tra Nord e Sud, mediante politiche redistributive e investimenti pubblici mirati.
In sintesi, il vantaggio fondamentale dell’Italexit, secondo i suoi sostenitori, consiste nel ritorno dello Stato italiano a essere un soggetto sovrano in senso pieno, capace di decidere autonomamente la propria politica economica, sociale e istituzionale, non più vincolato da strutture sovranazionali percepite come limitanti, con la possibilità di utilizzare tutti gli strumenti tipici di uno Stato moderno per perseguire sviluppo, occupazione e coesione sociale.
