Tre anni non sono bastati per colmare il vuoto scavato in quell’alba di Simchat Torah, quando l’illusione della sicurezza israeliane si è infranta sotto l’aggressione di Hamas. Millecentonovantacinque vite spezzate in poche ore, oltre duecento persone trascinate nell’inferno dei tunnel di Gaza, intere comunità dei kibbutz devastate e il festival Nova trasformato in un campo di carneficina: per la società israeliana il 7 ottobre 2023 non appartiene al passato, ma è una ferita aperta che continua a definire la nostra quotidianità.
In questi trentasei mesi, Israele ha vissuto un cambiamento profondo, doloroso e irreversibile. L’illusione della convivenza o della gestione passiva del conflitto è crollata di fronte alla ferocia dell’estremismo islamista. L’esigenza della difesa della stessa esistenza ebraica si è imposta con una chiarezza brutale, rimodellando la percezione degli stessi ebrei e della loro collocazione nel Medio Oriente.
Per una nazione nata dalle ceneri della Shoah con la promessa «mai più», scoprire la propria vulnerabilità entro i propri confini ha scosso fino alle fondamenta la fiducia nel contratto sociale tra cittadino e Stato.
L’impatto del massacro ha unificato la società sul piano della determinazione difensiva, ma al tempo stesso ne ha evidenziato le fratture interne. La rabbia verso i fallimenti di intelligence e della politica di quella mattina si intreccia con il lutto che unisce ogni famiglia israeliana da Nord a Sud.
L’angoscia per gli ostaggi e per la sorte dei soldati ha accompagnato ogni singolo giorno di questi tre anni, ricordandoci che la priorità di proteggere la vita umana è la misura della nostra identità culturale e morale.
Al di fuori dei confini israeliani, l’isolamento diplomatico e la recrudescenza dell’antisemitismo a livello globale hanno rafforzato la percezione di solitudine dello Stato ebraico. Mentre la memoria del pogrom tende ad affievolirsi nel discorso pubblico internazionale, rimpiazzata da narrazioni geopolitiche spesso frettolose, in Israele il ricordo resta tangibile e perenne.
Oggi, a tre anni da quell’attacco, Israele commemora i propri caduti continuando a interrogarsi sul proprio futuro. La vera forza del Paese non risiede soltanto nella superiorità militare, ma nella capacità della sua società civile di rialzarsi, di sostenersi nel dolore e di esigere responsabilità.
Rinascere da quel trauma richiede di coniugare il dovere indefettibile della sicurezza con la ricostruzione morale e sociale del Paese, affinché il ricordo di chi è stato strappato alla vita diventi la pietra angolare su cui edificare una vera garanzia di sopravvivenza.
GIUSEPPE CANISIO
