Il 28 giugno 1997 la MGM Grand Garden Arena di Las Vegas fu il teatro di uno dei capitoli più surreali, controversi e cruenti della storia dello sport mondiale, un evento che valicò istantaneamente i confini della boxe per imprimersi a fuoco nella cultura di massa.
Sul ring si consumava l’attesissimo rematch per il titolo mondiale dei pesi massimi WBA tra il campione in carica Evander Holyfield e lo sfidante Mike Tyson, un incontro ribattezzato “The Sound and the Fury” che mantenne fin troppo alla lettera le promesse del suo nome.
Sette mesi prima, Holyfield aveva shockato il mondo sconfiggendo Tyson per KO tecnico all’undicesimo round, un verdetto che “Iron Mike” non aveva mai digerito, attribuendo la sconfitta a una serie di testate non sanzionate dall’arbitro che lo avevano destabilizzato.
Quella sera di fine giugno, la tensione nello spogliatoio e nell’arena era palpabile, e fin dal primo colpo di gong fu chiaro che l’atmosfera sarebbe stata elettrica e brutale.
Holyfield, fedele alla sua strategia solida e aggressiva, impose subito il suo ritmo, utilizzando la sua forza fisica nei clinch e, proprio come nel primo match, colpendo involontariamente o deliberatamente Tyson con la testa durante i corpo a corpo.
Nel corso del secondo round, una vistosa ferita si aprì sopra l’occhio destro di Tyson, scatenando la frustrazione del pugile di Brooklyn che invocò inutilmente l’intervento del direttore di gara Mills Lane per sanzionare l’irregolarità.
Sentendosi non tutelato e intrappolato in un match che stava scivolando via, Tyson decise di farsi giustizia da solo nel modo più selvaggio e impensabile possibile. All’inizio del terzo round, Tyson si presentò sul ring senza il paradenti, ma l’arbitro se ne accorse e lo costrinse a rimetterlo prima di riprendere le ostilità.
Quello che accadde a circa quaranta secondi dalla fine del round lasciò il pubblico e i commentatori televisivi in uno stato di shock totale: durante un corpo a corpo serrato, Tyson strinse la testa di Holyfield e, con un movimento fulmineo, affondò i denti nell’orecchio destro del rivale, staccandone un pezzo di cartilagine e sputandolo sul tappeto del ring.
Holyfield, sopraffatto dal dolore, saltò letteralmente in aria girando su se stesso prima di dirigersi verso il proprio angolo sanguinante, mentre Tyson lo spingeva alle spalle in preda a una furia cieca.
L’arbitro Mills Lane, inizialmente incredulo, decise di non squalificare immediatamente Tyson dopo una convulsa consultazione con il medico di bordo ring, optando invece per una penalizzazione di due punti e permettendo la ripresa del match dopo un’interruzione di qualche minuto per medicare Holyfield.
La clemenza dell’arbitro non servì a placare la follia di Tyson che, non appena il combattimento riprese, cercò nuovamente il contatto ravvicinato e azzannò l’altro orecchio di Holyfield, il sinistro, fortunatamente senza asportarne parti ma lasciando profondi segni di denti.
Al termine del terzo round, dopo aver esaminato le nuove ferite e compreso l’intento sistematico e violento di Tyson, Mills Lane prese l’inevitabile decisione di decretare la squalifica del pugile di Brooklyn.
La proclamazione del verdetto trasformò l’arena in una polveriera, con Tyson che cercò di avventarsi nuovamente contro l’angolo di Holyfield, trattenuto a stento da una muraglia di agenti di sicurezza, poliziotti e membri del suo stesso entourage, mentre dagli spalti piovevano oggetti di ogni tipo.
Le conseguenze immediate per Tyson furono durissime sia sul piano economico che sportivo, con la Nevada State Athletic Commission che gli revocò la licenza di pugile a tempo indeterminato, una sanzione poi revocata dopo poco più di un anno, e gli inflisse una multa record di tre milioni di dollari.
Quell’atto di cannibalismo sportivo divenne immediatamente un fenomeno mediatico globale, analizzato da sociologi e psicologi come il momento del definitivo crollo nervoso di un’icona autodistruttiva, ma col passare degli anni il tempo ha ammorbidito i rancori tra i due giganti del ring, che oggi si mostrano uniti da una bizzarra amicizia e hanno persino ironizzato sull’accaduto in spot pubblicitari, trasformando quella che fu una notte di pura follia in una leggenda intramontabile dello sport novecentesco.
