In Sicilia, ormai, le tragedie non scoppiano all’improvviso: vengono annunciate, spiegate, documentate, e poi semplicemente ignorate. È il caso dell’agrumicoltura di Ribera, un comparto che rappresenta eccellenza, identità e lavoro, ma che da due anni sta vivendo una crisi devastante. E mentre gli alberi muoiono di sete, la Regione siciliana — guidata dal presidente Renato Schifani — si perde tra proclami e immobilismo.
I numeri parlano da soli: condotte idriche vecchie e marce che disperdono lungo il tragitto l’acqua destinata ai campi; il Consorzio di Bonifica ridotto a una caricatura di se stesso, con impianti obsoleti e strutture fatiscenti; la diga Castello, che potrebbe garantire fino a 21 milioni di metri cubi d’acqua, riempita a livelli ridicoli, come se l’agricoltura fosse un passatempo da weekend e non la base di un’economia locale.
Eppure, quando si tratta di inaugurare una strada o tagliare un nastro, Schifani e i suoi assessori trovano sempre tempo e telecamere. Quando invece c’è da affrontare una crisi strutturale, che richiede pianificazione, coraggio politico e capacità amministrativa, il silenzio è assordante.
Il nodo più scandaloso è che la sopravvivenza degli agrumeti dipende oggi da decisioni prese altrove, spesso in base a logiche aziendali estranee alla programmazione agricola. Il caso Enel è emblematico: un privato che, di fatto, decide se e quando l’acqua può essere concessa. È come se un ospedale dovesse chiedere il permesso a una multinazionale per poter accendere le luci in sala operatoria. In qualsiasi terra normale, l’acqua sarebbe garantita prima di tutto al settore primario. In Sicilia, invece, si preferisce far seccare le piante e, se non seccano completamente, far marcire i frutti sugli alberi.
Ma anche quando la Regione, bontà sua, emana ordinanze per stabilire i quantitativi d’acqua da erogare, quelle stesse ordinanze restano lettera morta. E così gli agricoltori, già piegati da costi crescenti e ricavi sempre più magri, sono costretti a scendere in piazza per chiedere ciò che è loro diritto. Un’umiliazione quotidiana, aggravata dalla sensazione che nessuno, nei palazzi di Palermo, abbia davvero a cuore il destino di chi lavora la terra.
Non è la prima volta che Schifani promette interventi strutturali. Il problema è che le promesse non irrigano gli agrumeti. Un piano serio di messa in sicurezza della rete idrica? Mai visto. Utilizzo pieno della diga Castello? Rimandato a data da destinarsi. Programmazione degli interventi con largo anticipo per affrontare i periodi critici? Un miraggio.
Il presidente, del resto, sembra più interessato alla gestione del consenso che a quella dell’acqua. Ogni crisi è trattata come una parentesi da chiudere in fretta con una conferenza stampa o una visita “sul territorio” accuratamente documentata dai fotografi. Ma dietro l’immagine costruita, c’è il vuoto amministrativo.
Se non si interverrà subito — e con misure radicali, non con pannicelli caldi — questa crisi segnerà la fine dell’agrumicoltura riberese e di quella siciliana in genere. E con essa, la perdita di centinaia di aziende, il crollo dell’occupazione agricola e il collasso dell’indotto. Ma forse tutto questo, per la politica regionale, è accettabile: del resto, meno agricoltori significano meno proteste, meno problemi da gestire, meno responsabilità da assumersi.
Renato Schifani passerà alla storia per molte cose: per la sua abilità nel sopravvivere politicamente, per la sua retorica prudente, per la sua capacità di trasformare ogni emergenza in una promessa. Ma se la situazione di Ribera continuerà così, passerà alla storia anche come il presidente sotto il quale sono morte le arance di Sicilia.
E no, presidente, non basterà la solita frase fatta — “la Regione è vicina agli agricoltori” — per lavarsi la coscienza. Qui non si tratta di vicinanza, ma di azione. Di scelte concrete. Di assumersi la responsabilità di garantire l’acqua, oggi, non quando sarà troppo tardi.
Questa è la linea del Piave dell’agricoltura siciliana. O si mette mano subito alla rete idrica, si utilizza appieno la diga Castello, si pianificano le forniture e si svincola la gestione dell’acqua da interessi estranei, oppure il comparto agrumicolo di Ribera diventerà un ricordo.
E allora, presidente Schifani, si prepari: perché quando arriverà quel giorno, sarà lei a dover spiegare ai siciliani perché ha lasciato morire un intero pezzo della nostra economia. E quella spiegazione, glielo garantiamo, non basterà a placare la rabbia di chi, per colpa della sua inerzia, ha visto la propria terra trasformarsi in polvere.
C’è un’immagine che in questi giorni gira di telefono in telefono nella provincia di Agrigento: un agrumeto a Ribera, piante assetate, frutti rinsecchiti, terra spaccata come in un deserto. Un video girato da un agricoltore, che più di mille comunicati stampa racconta la verità: il comparto agrumicolo riberese sta morendo, e la politica regionale, lo ribadiamo se ancora non è stato chiaro — a partire dal presidente Renato Schifani — non ha mosso un dito per salvarlo.
Quella di Ribera non è una crisi meteorologica, ma una crisi politica. Non è figlia soltanto della siccità — che pure c’è ed è grave — ma soprattutto di decenni di disinteresse, di reti idriche lasciate marcire, di dighe sottoutilizzate, di promesse sistematicamente disattese.
Per capire la portata del disastro, bisogna ricordare cos’è Ribera per la Sicilia. Qui si coltiva la famosa Arancia di Ribera DOP, un prodotto di eccellenza che porta il nome della Sicilia in Italia e all’estero. Una filiera che fino a pochi anni fa garantiva reddito a migliaia di famiglie, occupazione stagionale, e un indotto economico che comprendeva trasportatori, confezionatori, commercianti, vivaisti.
Parliamo di migliaia di ettari coltivati, con un valore commerciale che superava i 50 milioni di euro l’anno. Oggi quella ricchezza rischia di scomparire, trascinando con sé pezzi interi di economia locale.
«Con un sistema efficiente — racconta un agronomo locale — la diga potrebbe sostenere la produzione per mesi. Ma qui non si fanno manutenzioni, non si pianificano rilasci d’acqua, si aspetta l’emergenza e poi si corre dietro alle ordinanze».
Se gli agricoltori protestano, bloccano le strade, organizzano sit-in la risposta del governo Schifani è sempre la stessa: promesse di “tavoli tecnici” e “soluzioni in fase di valutazione”. Il tempo passa, i frutti marciscono, le aziende chiudono.
Renato Schifani, presidente della Regione Siciliana dal 2022, ha avuto tre anni per affrontare la questione. Due anni, in particolare, cioè gli ultimi due, in cui la crisi è peggiorata, le strutture sono rimaste le stesse e la diga Castello è diventata il simbolo di un potenziale sprecato.
Quando parla di agricoltura, Schifani usa parole altisonanti: “eccellenza”, “valorizzazione”, “filiera strategica”. Ma le sue politiche si sono tradotte in zero interventi strutturali, nessuna riforma della gestione idrica, e un’inerzia che oggi costa milioni di euro all’economia siciliana.
Presidente Schifani non servono altri proclami. Serve un piano immediato: messa in sicurezza e ammodernamento della rete idrica; utilizzo pieno della diga Castello; gestione dell’acqua svincolata da interessi privati; programmazione annuale delle forniture.
Se Schifani non agirà ora, passerà alla storia non come il presidente che ha governato la Sicilia, ma come quello che ha lasciato morire le sue arance. E, con esse, un pezzo di identità, di economia e di dignità della nostra terra.

Dalla morte degli agrumeti e dell’agricoltura faranno nascere fotovoltaici a gogò
Questa è la situazione
È incomprensibile, difficile perfino trovare le parole perché è da criminali lasciare morire non solo un bene così grande, ma per la Sicilia tutta, per i siciliani tutti. Altro che ponte, opera assurda. Prima di tutto bisogna pensare al bene del paese. L’ acqua il bene più prezioso, viene prima di tutto, poi le ferrovie, le strade, ecc. ecc. È davvero una immensa vergogna. Credo che tutti voi siciliani vi dovere unire e andare a prendere a calci Schifani, tanto per cominciare. Siate forti cari siciliani e ribellatevi. Sono con voi.