di Andrea Bartelloni
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IL PRESIDENTE AOUN PUNTA SUL DIALOGO MA L’OPPOSIZIONE SCITA LASCIA PRESAGIRE NULLA DI BUONO
Il Libano è l’unico paese del Medio Oriente che vede la convivenza tra cristiani (maroniti) e musulmani (sciti e sunniti), ma con continue difficoltà alimentate, il più delle volte, dai paesi confinanti: Siria e Israele. La struttura politica, che vede i poteri divisi equamente tra i tre gruppi religiosi ha salvaguardato l’integrità del paese dei Cedri. La pace è sempre stata un miraggio per questa nazione grande come l’Abruzzo che si trova tra due mondi e che ha tanto in comune con la Terra Santa come «cuore della storia della salvezza» (San Giovanni Paolo II, 1989). Proprio per questo la parola dialogo è la parola d’ordine del presidente libanese, l’ex generale Joseph Aoun, per evitare l’acuirsi di tensioni maturate durante l’ultima riunione di gabinetto dove si discuteva della “roadmap” per il disarmo di Hezbollah. L’uscita, prima del voto, dei ministri sciti non lascia, però, presagire niente di buono.
Alla fine della riunione, secondo quanto riportato da L’Orient Today, «il ministro dell’Informazione Paul Morcos ha letto gli obiettivi adottati dal Consiglio dei ministri della proposta americana:
1. Il Libano si impegna ad attuare l’Accordo di Taif, la Costituzione libanese e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU, in particolare la Risoluzione 1701 (2006), e a prendere le misure necessarie per estendere la sua piena sovranità su tutto il territorio, con l’obiettivo di rafforzare il ruolo delle istituzioni legittime, stabilire il monopolio dello stato sulle decisioni di guerra e pace e garantire il possesso esclusivo delle armi da parte dello stato in tutto il territorio libanese.
2. Garantire la durata del cessate il fuoco, compresa la fine di tutte le violazioni via terra, aria e mare, attraverso passi organizzati che portino a una soluzione sostenibile, globale e garantita.
3. Porre gradualmente fine alla presenza armata di tutte le fazioni non statali, compreso Hezbollah, in tutto il territorio libanese, sia a sud che a nord del fiume Litani, fornendo al contempo il sostegno adeguato all’esercito libanese e alle forze di sicurezza interne.
4. Dispiegare unità dell’esercito libanese nelle zone di confine e nelle regioni interne chiave, con un adeguato sostegno all’esercito e alle forze di sicurezza interne.
5. Ritiro israeliano dai “cinque punti” e impegno a risolvere le questioni di confine e dei prigionieri attraverso negoziati indiretti e mezzi diplomatici.
6. Garantire il ritorno degli abitanti dei villaggi e delle località di confine.
7. Garantire il completo ritiro di Israele dal territorio libanese e la cessazione di tutte le ostilità, comprese le violazioni via terra, aria e mare.
8. Delimitazione permanente e visibile del confine internazionale tra Libano e Israele.
9. Delimitazione e definizione permanente del confine tra Libano e Siria.
10. Organizzare una conferenza economica con la partecipazione di Stati Uniti, Francia, Arabia Saudita, Qatar e altri amici del Libano, a sostegno della ricostruzione dell’economia libanese e in linea con la visione del presidente Donald Trump di rendere il Libano un paese prospero.
11. Fornire ulteriore sostegno internazionale alle forze di sicurezza libanesi, in particolare all’esercito libanese, dotandole delle risorse militari necessarie per attuare questa iniziativa e garantire la protezione del Libano».
I ministri sciti Tamara Elzein (Amal), Mohammad Haidar (Hezbollah) e Rakan Nassereddine (Hezbollah) sono stati i primi a lasciare l’incontro. Il ministro Yassine Jaber (Amal) era assente. I tre ministri sono stati poi seguiti dal quinto ministro sciita Fadi Makki (non affiliato a nessuno dei due partiti).
«Ho lasciato la riunione dopo che i miei colleghi erano già partiti», ha detto Makki in una dichiarazione rilasciata in seguito. «La decisione non è stata facile, ma non potevo assumermi la responsabilità di prendere una decisione così importante in assenza di una parte chiave del dibattito».
Makki ha chiarito sempre a L’Orient Today di non essere affiliato né al Movimento Amal né a Hezbollah, e di aver lasciato la riunione del gabinetto dopo che i ministri associati a entrambi i partiti l’avevano già fatto perché sentiva che, come unico ministro sciita rimasto, «semplicemente sentivo di non poter assumermi da solo la responsabilità di una tale decisione. Volevamo mostrare la nostra opposizione alla volontà del governo di approvare l’intera proposta dell’inviato [statunitense] Tom Barrack, ma saremo presenti alle prossime sessioni».
Il blocco parlamentare di Hezbollah, “Lealtà alla Resistenza”, ha rilasciato una dichiarazione durante la riunione di gabinetto del Palazzo Presidenziale di Baabda, definendo la decisione del governo di disarmare Hezbollah un “servizio gratuito” reso a Israele.
«Chiediamo al governo libanese di correggere la situazione in cui ha posto il Libano, essendosi piegato alle richieste americane che servono gli interessi del nemico», si legge nella dichiarazione.
Prima della riunione, il ministro degli sfollati interni Kamal Shehadi aveva affermato che «il governo libanese mantiene la sua decisione di realizzare il monopolio delle armi nelle mani dello stato» e «non tornerà sulla sua decisione». In un’intervista con l’emittente panaraba saudita al-Arabiya, ha detto di ritenere che Hezbollah e Amal fossero “gli unici a protestare contro questa misura, ora di fronte a una maggioranza di libanesi che la sostiene”. Le ultime dichiarazioni di Naim Qassem gettano benzina sul fuoco in attesa della scadenza di fine mese quando l’esercito libanese dovrebbe tornare ad occupare il sud del Libano.
Solo la protezione e l’intercessione di san Charbel potrà aiutare questo martoriato paese a riprendersi e trovare la pace.
Foto di Charbel Karam
