Il 29 giugno del 67 d.C. Roma divenne il palcoscenico di uno degli eventi più densi di conseguenze per la storia dell’Occidente e del cristianesimo: il martirio quasi simultaneo di Pietro e Paolo, le due colonne portanti della Chiesa nascente.
Il contesto in cui si consumarono queste esecuzioni era quello, cupo e soffocante, delle persecuzioni anticristiane scatenate dall’imperatore Nerone. Tre anni prima, nell’estate del 64 d.C., un devastante incendio aveva ridotto in cenere gran parte della capitale dell’impero.
Di fronte al crescente malcontento della plebe e alle voci insistenti che indicavano lo stesso sovrano come mandante del disastro, Nerone aveva individuato nei cristiani il perfetto capro espiatorio. Questa comunità, vista con sospetto per i suoi riti misteriosi, il rifiuto del culto imperiale e l’allontanamento dalle tradizioni pagane, fu rapidamente travolta da un’ondata di arresti, torture ed esecuzioni pubbliche, trasformate spesso in macabri spettacoli circensi per il popolo romano.
Pietro, che aveva guidato la comunità dei fedeli fin dai giorni successivi alla morte di Gesù, si trovava a Roma per consolidare le fondamenta di quella che sarebbe diventata la sede centrale della Chiesa. Catturato dalle guardie imperiali, fu condotto nei pressi del colle Vaticano, una zona allora occupata dai giardini e dal circo privato di Nerone.
La condanna stabilita per lui fu la crocifissione, il supplizio più infamante, riservato agli schiavi e ai non cittadini. Tuttavia, giunto sul luogo del martirio, l’apostolo compì un ultimo atto di radicale umiltà che sarebbe rimasto impresso per sempre nell’iconografia cristiana: ritenendosi indegno di morire nello stesso identico modo del suo Maestro, chiese e ottenne di essere crocifisso a testa in giù. Il suo corpo, capovolto sulla croce di legno, spirò tra i tormenti in un’area adiacente alla via Cornelia, dove i fedeli ne raccolsero segretamente le spoglie per seppellirle in una vicina necropoli, il luogo esatto sopra il quale, secoli dopo, Costantino avrebbe eretto la prima basilica a lui dedicata.
Nelle stesse ore, o comunque in una stretta vicinanza temporale che la tradizione ha voluto unire indissolubilmente nello stesso giorno, si compiva il destino di Paolo di Tarso, l’apostolo delle genti. Paolo non aveva conosciuto Gesù in vita, ma ne era diventato il teologo più instancabile, colui che aveva strappato il cristianesimo dai confini della Giudea per diffonderlo in tutto il bacino del Mediterraneo.
A differenza di Pietro, Paolo godeva dello status giuridico di cittadino romano, un privilegio che la legge imperiale tutelava rigorosamente, vietando per lui i supplizi prolungati o disumanizzanti come la crocifissione. Il suo percorso verso la morte seguì dunque un protocollo più formale e apparentemente rapido. Fu condotto fuori dalle mura cittadine, lungo la via Ostiense, in una località allora nota come Aquae Salviae. Lì, il boia eseguì la sentenza mediante decapitazione.
La sua testa, una volta recisa, rimbalzò tre volte sul terreno, e da ognuno di quei punti sgorgò miracolosamente una fonte d’acqua, dando origine al santuario che ancora oggi porta il nome di Tre Fontane.
La scomparsa contemporanea delle due guide più autorevoli rappresentò un trauma immenso per la fragile e clandestina comunità cristiana di Roma, che si trovò improvvisamente orfana dei suoi padri spirituali nel momento di massima ferocia del potere imperiale. Eppure, la violenza di Nerone ottenne l’effetto opposto a quello sperato. Invece di soffocare la nuova fede, il sangue dei due apostoli ne cementò definitivamente le fondamenta proprio nel cuore dell’impero che cercava di distruggerla.
Pietro, il pescatore di Galilea a cui Gesù aveva affidato le chiavi del Regno, e Paolo, l’intellettuale cosmopolita che aveva saputo dialogare con la filosofia greca e il diritto romano, trovarono nella morte una sintesi perfetta.
La loro complementarietà – l’autorità istituzionale del primo e la spinta profetica e teologica del secondo – divenne il modello ideale della Chiesa universale. Roma, da capitale del paganesimo e centro del potere temporale, iniziò quel giorno la sua lenta ma inarrestabile trasformazione nella capitale spirituale della cristianità, legando la legittimità dei futuri pontefici proprio all’eredità e al sacrificio supremo dei suoi due patroni.
