La maschera è caduta. Il Partito Democratico ha presentato ufficialmente la sua “squadra bengalese” per le prossime elezioni a Venezia. Non è un caso, ma un calcolo politico cinico. I nomi della “sostituzione” politica per rastrellare voti: Kamrul Syed e Rhitu Miah puntano al Consiglio Comunale, mentre Ali Afay, Tanzima Akter Nisha e Ali Hossain sono pronti a prendersi le Municipalità.
Perché proprio la comunità bengalese? Perché il PD ha deciso di trasformare in voti un fenomeno che sta cambiando il volto della città, specialmente in zone calde come Mestre e Marghera:
– Migliaia di lavoratori impiegati nei cantieri Fincantieri attraverso il sistema dei subappalti, che ha favorito un afflusso massiccio e iincontrollato;
– L’occupazione del centro storico con minimarket e negozi di souvenir quasi tutti in mano loro (ssnaturando così il commercio tradizionale veneziano);
– la rete dei ricongiungimenti che ha reso quella bengalese la comunità più numerosa, una “massa critica” che la sinistra vuole usare per restare al potere.
Per assicurarsi i voti di questa comunità, il PD è pronto a far costruire una grande moschea a Mestre!

C’è un momento in cui una comunità deve interrogarsi seriamente su ciò che sta diventando.
Non si tratta di rifiutare l’altro per principio, né di negare la dignità di ogni persona — verità che la dottrina cattolica afferma con forza — ma di riconoscere quando l’ordine naturale e sociale viene alterato da logiche che non hanno più nulla a che fare con il bene comune.
Una città come Venezia non è semplicemente un luogo geografico: è un’eredità, un organismo vivo plasmato nei secoli da fede, tradizioni, sacrifici e cultura cristiana.
Quando la politica rinuncia a custodire questa identità per inseguire calcoli elettorali, si verifica una frattura profonda.
Il potere smette di essere servizio e diventa gestione di blocchi di consenso, spesso costruiti su dinamiche estranee alla storia e al tessuto spirituale del territorio.
Il problema non è la presenza di persone provenienti da altre nazioni, che in sé può anche essere occasione di incontro e di carità. Il nodo è un altro: quando intere comunità vengono trattate come strumenti politici, quando si favoriscono concentrazioni sociali che non si integrano ma si sovrappongono, allora si crea una tensione che mina l’armonia civile.
La dottrina sociale della Chiesa parla chiaramente di integrazione ordinata, non di sostituzione o di sradicamento. Si assiste invece sempre più spesso a un capovolgimento: quartieri trasformati in tempi rapidissimi, attività storiche che scompaiono, relazioni sociali che si dissolvono.
Non è nostalgia sterile, ma constatazione di un equilibrio che viene meno. La città perde il suo volto, e con esso la memoria di ciò che l’ha resa grande. Quando il tessuto economico e commerciale cambia senza criteri di continuità, non si tratta di progresso, ma di discontinuità imposta.
Ancora più delicato è il piano culturale e religioso. Una società che rinuncia alle proprie radici cristiane finisce inevitabilmente per diventare incapace di proporre un modello autentico di convivenza. L’accoglienza, senza identità, si trasforma in confusione. La carità, senza verità, diventa debolezza. E così si rischia di costruire una convivenza fondata non su valori condivisi, ma su equilibri precari e interessi momentanei.
Il cattolico non può accettare questa deriva. Non per chiusura, ma per responsabilità. Difendere la propria comunità significa custodire ciò che è stato ricevuto, affinché possa essere trasmesso. Significa chiedere alla politica di operare per il bene comune reale, non per strategie di corto respiro. Significa ricordare che ogni società ha il diritto e il dovere di preservare la propria identità, senza la quale non esiste neppure una vera integrazione.
Non è una questione di paura, ma di ordine. Non è una battaglia contro qualcuno, ma una presa di coscienza su ciò che si sta perdendo. Quando le scelte pubbliche sembrano orientate più al consenso che alla verità, è necessario tornare a parlare con chiarezza. Venezia, come ogni città, merita di essere amata non come terreno di conquista elettorale, ma come realtà da custodire nella sua anima più profonda.
