Il 27 febbraio 1991 il presidente degli Stati Uniti George H. W. Bush annunciò al mondo che il Kuwait era stato liberato. Con quelle parole si concludeva ufficialmente la fase principale della Guerra del Golfo, un conflitto breve ma di portata storica, che aveva ridefinito gli equilibri del Medio Oriente e segnato l’inizio di una nuova fase dell’ordine internazionale dopo la Guerra Fredda. Le immagini trasmesse in diretta televisiva, i bombardamenti notturni su Baghdad, l’avanzata rapida delle forze della coalizione e le colonne di fumo dei pozzi petroliferi incendiati entrarono nell’immaginario collettivo globale.
Le radici del conflitto risalivano all’estate del 1990, quando il 2 agosto le forze irachene guidate da Saddam Hussein invasero il Kuwait, piccolo ma ricchissimo emirato petrolifero confinante. L’Iraq usciva stremato dalla lunga e sanguinosa guerra contro l’Iran (1980-1988), gravato da debiti enormi e da una crisi economica profonda. Baghdad accusava il Kuwait di praticare una politica petrolifera ostile, abbassando i prezzi del greggio e aggravando la situazione finanziaria irachena, oltre a rivendicare presunte perforazioni inclinate nei giacimenti di confine. In poche ore l’esercito iracheno occupò il paese, costringendo l’emiro alla fuga e proclamando l’annessione del Kuwait come provincia irachena.
La reazione internazionale fu rapida e compatta. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannò l’invasione e impose sanzioni economiche severe contro l’Iraq, chiedendo il ritiro immediato e incondizionato delle truppe. Gli Stati Uniti, sotto la guida di Bush, promossero la formazione di un’ampia coalizione internazionale, comprendente paesi europei, arabi e asiatici. Tra i principali alleati vi furono il Regno Unito, la Francia, l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Siria. In totale, più di trenta nazioni contribuirono con forze militari, sostegno logistico o finanziario.
Nell’agosto 1990 prese avvio l’operazione Desert Shield, con l’invio massiccio di truppe statunitensi e alleate in Arabia Saudita per difendere il regno da una possibile estensione dell’offensiva irachena. Per mesi il mondo visse nell’attesa di una soluzione diplomatica che non arrivò. Saddam Hussein rifiutò di ritirarsi, cercando di legare la crisi kuwaitiana alla questione palestinese e tentando di spaccare il fronte arabo. Intanto, la presenza militare occidentale nel Golfo cresceva fino a superare il mezzo milione di soldati.
Scaduto l’ultimatum delle Nazioni Unite, il 17 gennaio 1991 iniziò l’operazione Desert Storm. Una campagna aerea senza precedenti per intensità tecnologica e precisione colpì obiettivi militari, infrastrutture strategiche, centri di comando e comunicazione in Iraq e nel Kuwait occupato. Per settimane, missili da crociera e bombardieri stealth furono mostrati in diretta dalle televisioni di tutto il mondo, inaugurando una nuova era di “guerra mediatica”. L’Iraq rispose lanciando missili Scud contro Israele e l’Arabia Saudita, nel tentativo di provocare una reazione israeliana che avrebbe potuto frantumare la coalizione araba. Tuttavia, anche grazie alla pressione diplomatica statunitense, Israele evitò di intervenire direttamente.
Il 24 febbraio 1991 iniziò l’offensiva terrestre. In poche ore, le forze della coalizione sfondarono le linee irachene. La manovra avvolgente nel deserto, condotta con rapidità e coordinamento, colse di sorpresa l’esercito di Baghdad. In soli cento ore di combattimenti terrestri, la resistenza irachena collassò. Il 26 febbraio le truppe irachene iniziarono a ritirarsi dal Kuwait, incendiando centinaia di pozzi petroliferi in una devastante azione di sabotaggio ambientale. Il giorno seguente, 27 febbraio, Bush annunciò che il Kuwait era stato liberato; il cessate il fuoco entrò in vigore formalmente il 28 febbraio.
Le immagini della cosiddetta “autostrada della morte”, con colonne di mezzi iracheni distrutti durante la ritirata, suscitarono polemiche e interrogativi sull’uso della forza. Le perdite della coalizione furono relativamente contenute rispetto a quelle irachene, ma il conflitto lasciò una scia di distruzione materiale e umana significativa. L’Iraq uscì militarmente sconfitto e politicamente isolato, ma Saddam Hussein rimase al potere, scelta che avrebbe avuto conseguenze profonde negli anni successivi.
Il dopoguerra fu complesso e instabile. Nel marzo 1991 esplosero rivolte interne contro il regime iracheno, soprattutto nel sud sciita e nel nord curdo. Molti insorti si aspettavano un sostegno diretto della coalizione, che però non intervenne militarmente per rovesciare Saddam. Le repressioni furono brutali. Nel nord, l’esodo di centinaia di migliaia di curdi verso i confini turco e iraniano provocò una crisi umanitaria. Per farvi fronte, gli Stati Uniti e gli alleati istituirono una no-fly zone a nord del 36º parallelo, a tutela delle popolazioni curde; una misura analoga fu adottata nel sud per proteggere gli sciiti. Queste zone di interdizione aerea limitarono la sovranità irachena per oltre un decennio.
Le sanzioni economiche imposte dall’ONU rimasero in vigore per tutti gli anni Novanta, con l’obiettivo di impedire la ricostruzione dell’arsenale militare iracheno e di costringere il regime a collaborare con gli ispettori internazionali incaricati di smantellare i programmi di armi di distruzione di massa. Il regime di sanzioni ebbe effetti devastanti sull’economia e sulla popolazione civile irachena, provocando gravi carenze di beni essenziali. Nel 1996 fu avviato il programma “Oil for Food”, che consentiva all’Iraq di vendere petrolio in cambio di generi alimentari e medicinali sotto controllo internazionale, ma le condizioni di vita rimasero drammatiche per molti anni.
Sul piano geopolitico, la Guerra del Golfo rappresentò il primo grande conflitto dell’era post-bipolare. L’Unione Sovietica, ormai prossima al collasso, collaborò in sede ONU, segnando un momento di cooperazione tra le superpotenze che sembrava aprire la strada a un “nuovo ordine mondiale”, espressione usata dallo stesso Bush. Gli Stati Uniti emersero come potenza egemone indiscussa, capaci di guidare una vasta coalizione internazionale e di condurre operazioni militari ad alta tecnologia con successo rapido.
Tuttavia, la presenza militare statunitense prolungata in Arabia Saudita e nel Golfo alimentò tensioni e risentimenti in parte del mondo arabo e islamico. Negli anni successivi, questi fattori avrebbero contribuito alla radicalizzazione di movimenti jihadisti ostili agli Stati Uniti e ai loro alleati regionali. La questione irachena rimase irrisolta: ispezioni, crisi diplomatiche e bombardamenti episodici segnarono gli anni Novanta, fino alla nuova guerra del 2003 che avrebbe portato alla caduta definitiva di Saddam Hussein.
Il 27 febbraio 1991 rimane dunque una data simbolica. Segnò la fine di una guerra lampo e la liberazione di un paese occupato, ma aprì anche una lunga stagione di instabilità regionale, sanzioni, interventi militari limitati e tensioni irrisolte. La Guerra del Golfo non fu soltanto un conflitto per il controllo di un piccolo stato petrolifero: fu il banco di prova della nuova leadership americana nel mondo post-Guerra Fredda e l’inizio di una fase storica i cui effetti si sarebbero fatti sentire per decenni nel Medio Oriente e nella politica internazionale.
