Davanti alla notizia dell’ennesimo massacro compiuto ai danni di cristiani innocenti, riuniti in preghiera nella storica chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia a Damasco, non possiamo che levare la voce, con santa indignazione e dolore profondo, per denunciare una volta di più la brutale realtà dell’Islam, religione intrinsecamente violenta che da secoli insanguina le terre cristiane con la spada del fanatismo e l’odio contro il Nome di Cristo.
Venticinque martiri, uccisi in un attacco suicida durante una celebrazione liturgica, sessanta feriti – molti dei quali donne e bambini – e una chiesa devastata: ecco l’ennesimo tributo di sangue che i cristiani mediorientali, eredi di una fede che lì è nata, devono offrire in nome della loro fedeltà a Cristo, mentre l’Europa dei diritti, dei compromessi e della laicità tiepida osa soltanto parlare di “libertà di religione” e di “governance inclusiva”.
Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione? Bene. Ma quale valore può avere una carta firmata in un’aula imbalsamata di compromessi, quando non si osa nemmeno pronunciare la parola Islam come causa prima di questa persecuzione sistematica?
Quando si mette sullo stesso piano l’incolpevole fede cristiana e le ideologie settarie che hanno trasformato l’Oriente cristiano in un inferno?
È ora che il mondo cattolico parli con chiarezza: l’Islam, nella sua essenza dottrinale, è incompatibile con la civiltà cristiana. Non si tratta di “alcuni estremisti”, ma di una continuità secolare che trova nel Corano, negli hadith, nella sharia, la giustificazione religiosa all’odio per i cristiani, per la croce, per le chiese, per ogni espressione della fede che ha redento il mondo.
I gruppi come Saraya Ansar al-Sunna non sono aberrazioni occasionali, ma il volto coerente di una religione che fin dalle sue origini si è imposta col ferro e col fuoco, sulla negazione esplicita della Trinità e sulla bestemmia contro l’Incarnazione del Verbo.
La Siria, terra benedetta da santi, martiri e anacoreti, è stata ridotta a un campo di rovine in gran parte a causa dell’islamismo radicale che il mondo occidentale, accecato dal multiculturalismo e dalla propaganda umanitaria, si ostina a considerare “religione di pace”.
No, l’Islam non è una religione di pace: è una religione di conquista. E il suo bersaglio preferito, oggi come mille anni fa, resta il cristiano, colpevole solo di adorare Dio fatto Uomo.
A nulla serviranno fondi di ricostruzione, conferenze sul dialogo o iniziative multilaterali se non si riconosce il vero nemico: un’ideologia religiosa che predica la sottomissione, la supremazia dell’umma e la distruzione dell’ordine cristiano.
Che ci si ricordi dei martiri di Damasco come di testimoni della fede fino alla fine, e non come semplici “vittime civili”; che le macerie della chiesa di Sant’Elia gridino alla coscienza di tutti i battezzati, specialmente di quei pastori che, in nome di una falsa fraternità, si recano in moschea per “pregare insieme” e si rifiutano di chiamare il male con il suo nome.
Non c’è pace senza verità, e la verità oggi esige una condanna netta dell’Islam come fonte storica e teologica di persecuzione anticristiana.
Di fronte al sangue innocente versato nel nome di Cristo, non c’è spazio per l’ambiguità diplomatica o per l’irenismo ecumenico: c’è solo da inginocchiarsi, pregare e poi combattere – con la parola, con la cultura, con la fede viva e con la restaurazione dell’identità cristiana – affinché le chiese non siano più bersagli e i cristiani non siano più trattati da minoranza tollerata in casa propria.
Che i martiri di Damasco intercedano per noi e ci ridonino il coraggio virile della testimonianza integrale, senza compromessi, senza paura, senza vergogna di essere figli del Dio vivente e membri della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.
Angelica La Rosa
