Le parole del funzionario di Hamas, rilasciate alla BBC sotto anonimato, non lasciano spazio a dubbi: “Hamas ha perso il controllo dell’80% della Striscia di Gaza”.
Questa dichiarazione, benché proveniente da fonti interne e anonime, rappresenta una svolta epocale in uno dei conflitti più lunghi, dolorosi e strumentalizzati del nostro tempo.
Per la prima volta in anni, si intravede la concreta possibilità che il terrore possa essere estirpato alla radice e che una nuova architettura geopolitica emerga nella regione, fondata non sul ricatto delle armi e del fanatismo, ma sulla sicurezza e sulla ricostruzione.
Hamas non è solo un gruppo politico armato: è stato per decenni un sistema di oppressione e controllo che ha soffocato la popolazione di Gaza, imponendo leggi oscurantiste, educazione all’odio e militarizzazione della vita civile.
L’ammissione che “non è rimasto quasi nulla della struttura di sicurezza”, che “il 95% dei leader sono ormai morti” e che “le figure attive sono state tutte uccise”, è il riconoscimento del fallimento totale di una dirigenza che ha trascinato il popolo palestinese nel baratro per calcoli ideologici e interessi internazionali.
Israele, accusato troppo spesso con leggerezza dalla comunità internazionale, ha invece condotto una campagna mirata a disarticolare un’organizzazione terrorista senza colpire l’idea stessa di un futuro per i civili palestinesi.
Ed è proprio questo il nodo cruciale: con Hamas fuori gioco, si apre uno spazio inedito per una gestione più razionale e, si spera, cooperativa della Striscia di Gaza.
Il fatto che “i vuoti di potere siano riempiti da clan armati sostenuti da Israele” può apparire problematico a prima vista, ma è indicativo della volontà dello Stato ebraico di non lasciare un vuoto anarchico che sarebbe presto colmato da nuovi gruppi jihadisti o da reti criminali transnazionali.
È il segno di una strategia politica oltre che militare, che punta a contenere la violenza, favorire la stabilità e – in prospettiva – avviare processi di amministrazione civile più responsabile.
Il silenzio dei regimi arabi e della comunità internazionale è assordante. Da tempo molti Paesi arabi hanno voltato le spalle a Hamas, riconoscendone la natura distruttiva e la sua incompatibilità con la ricerca di una pace duratura. Il cosiddetto “asse della resistenza” perde così un altro tassello, e la possibilità che la causa palestinese possa finalmente essere liberata dal giogo islamista si fa più concreta.
È ora che l’Europa, l’ONU e tutte le democrazie si interroghino: vogliono davvero la pace in Medio Oriente, oppure preferiscono il perpetuarsi del conflitto per alimentare vecchie retoriche anti-israeliane e lasciare Gaza prigioniera del caos?
Israele ha pagato un prezzo alto, ma ha ottenuto un risultato che può cambiare le sorti della regione. La sconfitta di Hamas non è solo un successo militare: è un’opportunità storica per immaginare un futuro in cui la sicurezza di Israele e la dignità dei palestinesi non siano più in conflitto, ma parti di un unico progetto di ricostruzione e coesistenza. Ma questa opportunità va colta ora, prima che il silenzio del mondo si trasformi, ancora una volta, in abbandono.
